Russiagate, quel che non funziona tra Trump e l’intelligence
9 Giugno 2017
Intervista esclusiva a Gabriele Iacovino, responsabile degli analisti del Ce.S.I., Centro Studi Internazionali

Quello che sembrava essere lo scontro del secolo, per la storia dell’intelligence americana, quello tra il Presidente Donald Trump e l’ex direttore dell’FBI James B. Comey, si è rivelato essere solamente l’ennesimo scambio di accuse, basato su tante ipotesi, ma pochi fatti.
Nei giorni scorsi, nel caos delle informazioni del vortice mediatico, aveva provato a fare un punto della situazione Alan M. Dershowitz, professore di legge a Harvard, che ha dichiarato a ‘FoxNews‘, come il Presidente Trump ha il diritto costituzionale di dirigere il direttore dell’FBI per arrestare un’indagine su chiunque semplicemente perdonando quella persona. Dershowitz ci ricorda che durante la storia americana, da Adams a Jefferson, da Lincoln a Roosevelt, senza dimenticare Kennedy e il più recente Obama, i presidenti hanno influenzato il Dipartimento di Giustizia americana per indagare, perseguire specifici individui e gruppi di individui. Ammettendo nel suo articolo che «solo recentemente è emersa la tradizione di un Dipartimento di Giustizia e di un FBI indipendenti . Ma le tradizioni, anche salutari, non possono formare la base di una carica penale».
Sebbene quest’influenza presidenziale sull’FBI sembra avere diversi precedenti, tra le dichiarazioni di Comey a pesare di più è quella riguardante l’ex consigliere nazionale di sicurezza Mike Flynn, che sarebbe stato sottoposto ad indagini per aver dichiarato falsi giudizi sui contatti con alcuni funzionari russi. Trump aveva esortato il procuratore generale Jeff Sessions, e ad altri addetti alla sicurezza del Governo, ad abbandonare l’Ufficio ovale, il 14 febbraio, prima di chiedere a Comey di mollare l’inchiesta su Flynn: «Spero che tu possa lasciare e che quest’indagine termini qua».
