L’eredità della Nakba raccontata dai palestinesi in Libano
14 Maggio 2017
Il 15 maggio ricorre la “catastrofe”, la sconfitta araba nella prima guerra con Israele. Una celebrazione che oggi non unisce il popolo senza Stato, anzi. Viaggio di L43 nel campo profughi di Beddawi.

Il 15 maggio, come ogni anno da 69 anni, i palestinesi commemorano il giorno della Nakba (catastrofe in arabo), la sconfitta nella prima guerra combattuta fra arabi e israeliani. In seguito alla vittoria di Israele decine di villaggi palestinesi furono distrutti e circa 700 mila persone furono costrette a lasciare le loro case divenendo profughi. Una ricorrenza fondante per tutto il popolo palestinese. In questi ultimi anni il ricordo della tragedia non sembra contribuire all’unità di questo popolo senza Stato, ma piuttosto sembra acuire le divisioni. Le diverse fazioni palestinesi si sono schierate su fronti opposti nella guerra siriana e le tensioni tra chi appoggia il presidente Bashar al-Assad e chi sostiene l’Isis spesso degenerano in conflitti armati.
L’IDENTITÀ PERDUTA. Questa realtà è particolarmente evidente in Libano, dove le battaglie all’interno dei 12 campi di rifugiati palestinesi sono, ormai, quasi quotidiane. Nel campo di Beddawi, alle porte della città costiera di Tripoli nel Nord del Paese, in questi giorni sembra tornata la calma. «Non riesco a capire come sia possibile che palestinesi combattono con altri palestinesi, abbiamo dimenticato chi siamo e perché siamo qui». A parlare, seduto sul letto del centro medico ai margini del campo, dove è ricoverato per una leggera ferita causata da una pallottola vagante, è Abed. «Ho quasi 80 anni e conosco bene i pericoli del campo, ma dovevo andare a prendere l’insulina per mia moglie Bassama. Mi sono trovato nel posto sbagliato e ora sono qui».
