Burundi: l’offensiva cinese salva il regime con gran sollievo francese
12 Maggio 2017
A gran sorpresa Cina e Francia bloccano l’offensiva diplomatica di Trump contro Nkurunziza

Il secondo anniversario della rivolta popolare contro il regime di Pierre Nkurunziza era stato caratterizzato dalla mossa diplomatica dell’Amministrazione Trump supportata da Israele che lo scorso 18 aprile chiedeva al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire immediatamente e con risolutezza nella crisi burundese prima che succedesse l’irreparabile, riferendosi indirettamente ai rischi di genocidi sempre latenti. Bloccata dal veto russo l’offensiva diplomatica americana presso l’ONU, era stata trasformata da Washington in trampolino di lancio per una serie di iniziative tese a comprimere il regime a livello internazionale, metterlo dinnanzi alle sue responsabilità e convincerlo ad abdicare ricevendo in cambio asilo dorato e immunità.
Gli Ambasciatori europei in Burundi erano stati chiamati per una riunione speciale a Bruxelles dove si doveva definire la linea europea sulla crisi, dopo le sanzioni e il blocco degli aiuti umanitari decretato nel 2016 a causa delle gravi violazioni dei diritti umani. La East African Community aveva convocato una riunione straordinaria sul Burundi per mercoledì 10 maggio esigendo la presenza del ex presidente Nkurunziza. Anche l’Unione Africana doveva convocare una riunione di sicurezza sul Burundi. Le iniziative diplomatiche erano volte a convincere il regime alla resa. In alternativa Stati Uniti, Gran Bretagna ed Israele sarebbero passati all’opzione militare sostenendo i vari gruppi armati burundesi coadiuvati da potenze regionali con l’assenso tacito della Unione Europea.
