Chi ha voglia di ascoltare le storie di chi vive per strada?
11 Febbraio 2017

Poveri e nudi, ovunque voi siate
a sfidar scrosci spietati di tempesta,
come potrete senza un tetto a ripararvi,
con i vostri fianchi affamati,
i vostri stracci tutti buchi e finestre,
difendervi da un tempo come questo?
William Shakespeare, Re Lear
Ho conosciuto un uomo che somiglia a una mongolfiera e il cui nome significa “luce della religione”. In arabo è Nur al din, ma preferisce farsi chiamare Marco. Mi piace di più, dice, non significa niente. Dice anche di essere un mago, e potrebbe essere vero. Ha una testa enorme che si apre su un viso rotondo e ambrato; gli occhi sono grandi, le guance gonfie e le labbra grosse; il naso è largo. Sta spesso seduto, e sempre sulle ginocchia, la pancia sulle cosce, il sedere sulle caviglie, le tibie su un sacco azzurro con dentro la sua roba. Davanti ha una cassetta della frutta rovesciata, sopra c’è un piattino con degli spicci. Sto atterrato qui, dice.
Qui è il marciapiede di fronte a una rosticceria di piazza Re di Roma, a pochi metri dall’ingresso del supermercato dove dorme da anni. Racconta che c’è finito dopo che è morta sua moglie e i parenti l’hanno cacciato per prendersi la casa. È di Casablanca, ma vive in Italia da oltre vent’anni. Ha fatto a lungo il cameriere, ma a un certo punto non ha più trovato lavoro ed è finito per strada. Ti faccio una magia, dice. Tira via le mani enormi da sotto la coperta che lo avvolge, le muove lentamente, porta la destra dietro la cassetta, la fa riapparire con una bottiglietta di tè, e beve. Poi la riporta dietro la cassetta, strizza l’occhio e la mano ricompare con una bottiglia di birra. Tira giù un sorso e ta-dà, sorride, piaciuta la magia?
