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Libano, profughi e la dignità nei corridoi umanitari

17 Gennaio 2017

La storia di alcuni profughi siriani, pronti a lasciare il Paese mediorientale e ricominciare dall’Europa

Zahle – A  Zahle, capitale del governatorato della Beqaa, in una piccola e fredda tenda occupata da siriani, fra gli innevati monti libanesi, ho visto la miseria umana. Seduta accanto ad una vecchia stufa, un’anziana donna, ha 65 anni ma ne dimostra molti di più, cerca di non far spegnere il fuoco che continua ad alimentare con plastica e legno trattato. Il fumo rende l’aria irrespirabile, ma il calore che emana è necessario per sopravvivere alle rigide temperature esterne. La donna si tocca la spalla, mentre il suo viso si contorce dal dolore. Prova a muovere le mani, ma le dolgono molto. Si guarda i nudi e gonfi piedi: “Ho il diabete” ci dice. I tratti del suo viso si distendono solo quando si rivolge ai piccoli che le girano intorno. Sono i suoi sei nipoti, quattro bambine e due bambini: l’ultimo nato ha un anno e mezzo, il più grande ne ha sette. Si muovono in quello spazio limitato e buio: i piedi nudi e neri, i capelli arruffati, i visi sporchi ma sorridenti. “Stanno bene?” chiediamo “La bimba ha la febbre” ci viene risposto, ma accanto a noi anche il più piccolino non la smette di tossire.
“Qui non è mai venuto un medico, e per portare i bimbi in ospedale non ho i soldi”: a parlare è il padre, nella tenda c’è anche lui. E’ un uomo alto ed è molto giovane, eppure sembra un fantasma: se ne sta seduto al suo posto con lo sguardo assente, rispondendo alle nostre domande con un filo di voce. Sua moglie è morta solo pochi giorni prima. Maryam aveva 36 anni e insieme al marito, ai suoi sei figli e a sua suocera è scappata quattro anni fa da Homs, una delle città più colpite dalla guerra in Siria. La famiglia ha quindi trovato rifugio in questo campo profughi informale del Libano, ma sopravvivere non è stato affatto semplice. Al marito di Maryam hanno tolto i documenti perché nel Paese è entrato illegalmente, non può quindi né lavorare né allontanarsi dal campo. Cibo, vestiti e medicine scarseggiano e il freddo invernale, particolarmente rigido in questa zona del Paese rende la vita ancora più difficile.
Poche settimane fa Maryam ha cominciato ad avvertire forti dolori: la tosse non le dava tregua e per giorni non ha mangiato nulla. In ospedale, dove l’hanno accompagnata per curarsi, le hanno chiesto 500 dollari o non se ne faceva nulla; una somma che il marito non poteva permettersi, e così Maryam è tornata al campo in condizioni critiche. La solidarietà da parte dei vicini di tenda ha consentito all’uomo, nei giorni successivi, di raccimolare la somma necessaria e ha riacceso nella famiglia la speranza. Ma ormai era troppo tardi. In ospedale non hanno potuto fare nulla: Maryam è morta per un malanno di stagione, probabilmente una polmonite che non è riuscita a curare per mancanza di soldi.
Ora la famiglia avrebbe la possibilità di raggiungere l’Italia, attraverso i corridoi umanitari. Nel nostro Paese verrebbero ospitati in un centro di accoglienza, i bambini curati e iscritti a scuola e il padre avrebbe la possibilità di ricominciare: “Partirei ma non senza mia madre, non posso lasciarla qui” ci dice l’uomo. “La scelta di lasciare il Paese spetta a loro, nessuno viene obbligato”, ci spiega Francesco, cooperante nella Comunità di Sant’Egidio che in Libano, insieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche e la Tavola Valdese, gestisce la partenza dei siriani verso l’Italia. Il corridoio umanitario ha come principale obiettivo quello di evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che, come raccontano le cronache, provocano sempre un numero altissimo di vittime, tra cui molti bambini. E’ in sostanza un modo di concedere a persone in condizioni di vulnerabilità un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e dargli la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo: “Tra febbraio e dicembre dello scorso anno sono arrivati in Italia circa 500 siriani in fuga dalla guerra” continua Francesco.