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Legge 194: cosa sta succedendo?

13 Gennaio 2017

Due medici. Un non obiettore e un obiettore. Cosa succede quando si parla della legge 194

Quando l’obiezione di coscienza diventa un ostacolo all’applicabilità della legge 194/78? Come si tutela, da una parte, la libertà di scelta dei medici e del personale sanitario; dall’altra si deve tutelare, allo stesso modo, la possibilità da parte della donna di scegliere e quindi di agire secondo la legge. Qui parliamo di numeri e di problematiche relative all’applicazione della stessa, non un giudizio morale o meno. Secondo i dati del Ministero di Aprile 2016 l’obiezione di coscienza nel nostro Paese ha un’incidenza del 70%. Le regioni che mostrano le percentuali più alte sono il Molise con il 93,30%, il Trentino-Alto Adige con il 92,9%, la Basilicata con il 90,2%, la Sicilia con l’87,60%, la Puglia con l’86%, la Campania con l’81%, il Lazio e l’Abruzzo con l’80,7%.
Ricordiamo che l’obiezione riguarda i medici e il personale sanitario. Però, sempre secondo la legge 194, sia le strutture sanitarie sia i medici e il personale non possono tirarsi indietro per legge, quindi non possono rifiutarsi in caso di pericolo di vita della donna o di emergenze particolari. Non sempre questo avviene, anzi adesso più che mai si parla di ‘morte della legge 194’.
Il ministro Beatrice Lorenzin ha sottolineato che negli ultimi 30 anni in Italia il numero di aborti è sensibilmente diminuito. E’ diminuito il numero degli aborti o è diventato più difficile trovare strutture e personale sanitario che non siano obiettori? Un diritto che rischia di rimanere solo sulla carta? Esiste quindi una discrepanza tra legislazione e realtà dei fatti? I pochi medici e personale sanitario non obiettori sono coloro che rischiano di essere mobbizzati e sono ‘abbandonati’ in caso di problemi e relegati a fare solo questo poiché il numero dei non obiettori è sempre in calo. E questa non è una fantasia, ma una realtà.
Facciamo un passo indietro. In Italia si possono effettuare due tipi di interruzioni di gravidanza: una volontaria, entro 90 giorni; una terapeutica, effettuata a seguito del responso dell’amniocentesi (quindi esami prenatali specifici) che evidenziano patologie genetiche (parliamo di un termine massimo di 26 settimane). Fino a qui nulla di strano. La nostra legislazione in merito non è messa in discussione, il problema è che, soprattutto negli ultimi tempi, aumentano gli obiettori, diminuiscono i non obiettori (alcuni sono anche vicini all’età pensionabile) e l’accesso all’interruzione di gravidanza risulta più complicato, soprattutto quando si parla dell’interruzione terapeutica.
Essere un medico non obiettore attualmente nel nostro Paese è diventato difficile. Il numero dei non obiettori è in calo, nelle strutture ospedaliere si ritrovano (essendo numericamente inferiori rispetto agli obiettori) ad essere ‘soli’ soprattutto quando accade qualcosa che va a  riempire le pagine di cronaca. Ci chiediamo se la scelta di essere obiettore è determinata, in alcuni casi, anche da un problema  (che non dovrebbe essere sottovalutato) strettamente lavorativo e di responsabilità. Sia da una parte che dall’altra c’è discriminazione. Su questo bisognerebbe riflettere.
“La percentuale degli obiettori è in continuo aumento in Italia. Mi arrivano lettere da diversi colleghi che non ce la fanno più e scelgono l’obiezione. Quando ti trovi a doverti lavare i ferri da solo o quando il portantino si rifiuta perché si dichiara obiettore. In una situazione di emergenza del genere noi medici (lasciati soli in alcuni casi) possiamo avere seri problemi. Se la donna muore il magistrato accusa il medico, non la struttura che ti ha messo in condizioni per cui non riesci ad intervenire in maniera tempestiva”. 
Silvana Agatone, ginecologa, aderente al servizio Applicazione legge 194/78 dell’Ospedale Sandro Pertini Roma e presidentessa dell’associazione Laiga, descrive la situazione in cui si trovano ad operare i medici non obiettori. La situazione a livello nazionale l’abbiamo descritta già tramite le percentuali, ma raccontato da chi lo vive (da entrambe le parti) è un dovere. Il tema della scelta dell’obiezione si può considerare l’ago della bilancia.  “Secondo la legge tutti ospedali devono offrire entrambi i servizi dell’IVG”, continua Silvana Agatone,  “Nella relazione del 2015 solo il 60% offrivano le interruzioni di gravidanza. Ma il Ministero si è ben guardato dal distinguere quelli che offrivano l’interruzione entro i primi 90 giorni e quelli che offrivano anche quella terapeutica (quindi entrambe). Sarebbe obbligatorio per tutti gli ospedali fare tutte e due. E quindi già siamo fuori legge. Il Ministero non ha fatto questo distinguo perché siamo troppo pochi. Nel Lazio facciamo le interruzioni dopo i 90 giorni solo a Roma e siamo rimasti in 7/10 medici”.
“Le interruzioni di gravidanza non sono in diminuzione. Tutti gli enti ospedalieri, come abbiamo detto, devono offrire tutti e due i servizi. Solo il 60% lo fa. Il 40% (secondo quello che dice la 194) sono fuori legge e tra il 60% sicuramente una minima percentuale svolge entrambe le interruzioni IVG. Il primo tipo di interruzione che sparirà in Italia è l’aborto terapeutico. Perché i medici vanno in pensione e non ci sono nuove leve, non si fanno concorsi. e nelle scuole di specializzazione non si insegnano queste operazioni. In molte scuole di specializzazione tutti sono obiettori”.
Ma cosa pensa, come vive questa situazione un medico obiettore?  In effetti “il medico (non obiettore) ha serie difficoltà. Se è l’unico non obiettore in un determinato ospedale, ha tutto sulle sue spalle”. Paolo Zampella , chirurgo ginecologo obiettore di coscienza, esamina il problema dall’altra parte della ‘barricata’. Ci spiega che, dal suo punto di vista, bisognerebbe porre attenzione anche sul fenomeno da un’altra angolazione.  “Quando si parla di 194 e della cattiva attuazione della legge è normale che si ha una certa presa sull’opinione pubblica”. Anche se obiettore “non sono contrario ai casi in cui l’interruzione di gravidanza viene effettuata perché il feto ha delle gravi patologie genetiche, o perché veramente c’è stata una disattenzione (che non sia ripetuta), queste situazioni le comprendo. Abbiamo in mente lo stereotipo unicamente della donna che abortisce a causa di un ‘incidente’ durante il rapporto (ad esempio la rottura del preservativo), o perché il contraccettivo d’emergenza non ha avuto effetto. Il problema è che una certa fetta di popolazione usa l’interruzione come metodo contraccettivo. Ho esistito a casi del genere. Non parliamo di un solo raschiamento, ma di un numero decisamente più elevato”.