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HAITI SETTE ANNI DOPO

12 Gennaio 2017


Prima delle sue tragedie e del Voudù, Haiti è un mondo che va innanzitutto collocato. Non sembra far parte dell’America Latina. Non assomiglia alle sue vicine di casa – Cuba e Repubblica Domenicana – se non per qualche tratto legato alla musica, e non ricorda i vasti paesi dell’America equatoriale. Piuttosto ci si sente su un pezzetto d’Africa che si è staccato dalla costa occidentale e, abbandonato alle correnti, è finito in questi caldi mari caraibici. Appena più grande della Sicilia, Haiti occupa solo un terzo dell’isola Hispaniola, che condivide con la Repubblica Domenicana. Ciononostante ha più abitanti di quest’ultima e di Cuba che è grande quattro volte Haiti.

Più di 3 dei 12 milioni di haitiani vivono nella capitale e nel suo hinterland, dove viviamo anche noi del Fwaye Papa Nou (in creolo “Focolare Padre nostro”, nome della struttura di accoglienza avviata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII). A questi primi tratti particolari, si aggiungono quasi tre secoli di storia molto singolari che fanno dell’Haiti di oggi un paese di strade sterrate, sovraffollate di gente scurissima con grossi carichi sulla testa, rifiuti che bruciando illuminano la notte senza corrente, e un futuro molto incerto.

Lo scorso 27 Novembre si sono svolte le elezioni presidenziali, le ennesime dopo un anno e mezzo di tentativi naufragati tra i disordini. A differenza delle precedenti, questa chiamata alle urne è trascorsa in una domenica serena e pacifica. I risultati hanno portato a una vittoria schiacciante di Jovenel Moise su Jude Celestin, 55% contro 19%. Moise è ora in attesa della proclamazione ufficiale, prevista entro febbraio 2017. Il motto della sua campagna è stato “Tè a, dlo, soley ak moun yo” (terra, acqua, sole e persone). Ha puntato infatti sulla partecipazione della gente, sulle energie rinnovabili e sull’utilizzo del suolo.