Egitto e rivoluzione, 6 anni dopo: tornare allo spirito del 25 gennaio
24 Gennaio 2017
Intervista con Nabil al-Fouly dell’Università Islamica di Islamabad: ‘deporre Al-Sisi non basta’

Domani sarà il sesto anniversario della Rivoluzione del 25 gennaio in Egitto. In quei giorni migliaia di egiziani scesero in strada per rivendicare ‘pane, giustizia sociale e dignità umana‘. Le manifestazioni, dapprima pacifiche, svolte sulla scia delle proteste in Tunisia, sfociarono ben presto in scontri aperti con centinaia di vittime. Luogo simbolo della rivolta fu piazza Tahrir, al Cairo, dove i cortei si trasformarono in un sit-in permanente. La rivolta portò alle dimissioni, l’11 febbraio, dell’allora Presidente Hosni Mubarak, che lasciò alle forze armate, dopo trent’anni alla guida del Paese, l’incarico di gestire gli affari dello Stato e di decidere del destino politico dell’Egitto.
Gli sviluppi della rivolta furono da subito controversi e i militari, una volta al potere, incalzati dalla pressione popolare, si videro costretti a indire le elezioni presidenziali nel 2012. Il risultato fu la vittoria del ‘Partito Libertà e Giustizia’, vicino alla Fratellanza musulmana e l’elezione a Presidente di Mohamed Morsi con il 51% dei consensi, contro il 49% del secondo candidato, Ahmed Shafiq, ultimo Primo Ministro di Mubarak. Il Governo Morsi, durato poco più di un anno, si fece notare subito per una serie di riforme mirate all’islamizzazione dello Stato. In questa direzione andarono le modifiche costituzionali che miravano, ad esempio, a modificare il sistema educativo, improntandolo ai valori e ai principi della religione islamica e la decisione di togliere alla Corte Costituzionale la possibilità di interpretare le norme della ‘Shari’a’ (la legge islamica), presenti nel secondo articolo della Carta, delegando l’interpretazione agli studiosi dell’Università coranica di al-Azhar. Contro le decisioni del Governo, immediata si alzò l’ondata di proteste in tutto il Paese, che aprì la strada al colpo di Stato dell’esercito dell’anno successivo.
Nel luglio 2013, infatti, le Forze Armate egiziane, dopo aver rivolto un ultimatum al Presidente della Repubblica, sulla scia delle manifestazioni d‘insofferenza verso il Governo, procedettero a un incruento colpo di Stato militare, che condusse alla deposizione di Morsi, alla sospensione della Costituzione e alla messa al bando dei Fratelli Musulmani, con la condanna a morte di oltre 1.000 dirigenti. Da allora le politiche repressive di del nuovo Presidente al potere, Abd al-Fattah al-Sisi, hanno suscitato molte critiche, alimentando il clima di scontro. Il ‘Feldmaresciallo’, già Capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa nel Governo Morsi, ha cercato da subito di neutralizzare l’opposizione, sia islamista che laica, e di ridisegnare la politica delle alleanze internazionali per riposizionare il Paese nel quadro mediorietale. Da alleato dell’Arabia saudita, con la quale si sono verificati episodi di tensione legati alla fornitura di petrolio, l’Egitto, si è avvicinato, alle posizioni dell’Iran nel contesto del conflitto siriano, e ha impostato una nuova relazione con la Russia. Negli ultimi mesi, sempre in un quadro di ricerca di nuove alleanze regionali, Al-Sisi avrebbe inviato, secondo il quotidiano libanese ‘Al-Akhbar’, un contingente militare nelle basi siriane, in sostegno al regime di Bashar al-Assad.
Negli ultimi anni, l’anniversario della rivoluzione è sempre trascorso in un clima di relativa calma, incentivata dal rafforzamento delle misure di sicurezza prese dal Governo, tra cui la chiusura delle piazze più frequentate della capitale. Quest’anno però, complice la difficile situazione economica e sociale del Paese, alcuni media locali parlano di possibili tensioni. Tra i fattori di rabbia del popolo egiziano, che potrebbero comportare disordini, c’è senz’altro il declino economico in atto, aggravato dalle fluttuazioni della sterlina egiziana (oggi si scambia 20 a 1 col dollaro, nell’era Morsi il rapporto era 7 a 1) che ha condotto a un forte innalzamento dei prezzi. Il valore dei principali beni, inclusi i medicinali, è raddoppiato in tutto il Paese, mentre gli stipendi sono rimasti invariati e gli stessi media, da anni fedeli al regime, hanno iniziato a criticare il Governo e le sue politiche. Questa difficile situazione economica è alla base delle manifestazioni dell’autunno, solo in parte riuscite, ma quella che è stata definita la ‘rivoluzione dei poveri’, secondo alcuni osservatori, è un fuoco che cova sotto la cenere che attende solo di scoppiare.
