General

Elezioni Usa 2016, la mappa degli Stati decisivi

2 Novembre 2016

Trump avanti in Ohio e Texas. Clinton in North Carolina, New York e California. La mappa dei 538 grandi elettori negli Stati che potrebbero rivelarsi decisivi.

Con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale dell’8 novembre, negli Stati Uniti circolano sempre più sondaggi che cercano di fotografare una situazione quanto mai fluida e ricca di dati contrastanti.
Se la rilevazione condotta da Usa Today/Suffolk dà Hillary Clinton in netto vantaggio su Donald Trump di nove punti percentuali, altri sondaggi mostrano un margine più risicato: per Rasmussen, ad esempio, l’ex first lady è avanti di solo un punto.
In alcuni (rari) casi è il candidato repubblicano a essere in testa (il Los Angeles Times lo vede in vantaggio del 2%).
E la riapertura dell’indagine Fbi sulle mail di Hillary aumenta ulteriormente i fattori di incertezza.
IL DIVARIO SI ASSOTTIGLIA. Stando alle rilevazioni di Politico/Morning Consult, il divario con Trump s’è dimezzato (46% contro 43%).
Mentre un sondaggio condotto dal Washington Post stima addirittura il gap in un misero 1%. 
In tutta questa confusione, occorre sottolineare come i dati nazionali contino fino a un certo punto, visto che col sistema elettorale statunitense un candidato, pur vincente nel voto popolare, potrebbe non riuscire ad arrivare alla Casa Bianca (guarda la situazione negli ‘swing state’).
SOGLIA A 270 DELEGATI. I cittadini, infatti, scelgono i delegati – o grandi elettori – che a loro volta votano il presidente degli Stati Uniti.
In totale sono 538, ripartiti in ciascuno Stato in proporzione al numero di abitanti (la popolosa California ne conta per esempio 55, mentre il desolato Alaska appena tre).


Non si può quindi escludere che un candidato vincente nel voto popolare possa essere sconfitto da un avversario in grado di rastrellare più delegati.
Inoltre, per arrivare allo Studio Ovale non basta la maggioranza relativa ma occorre un quorum di 270 delegati.
«HILLARY È GIÀ A 252». Secondo Real Clear Politics, Clinton ne avrebbe già messi in cassaforte 252, a fronte dei 126 blindati da Trump.
Ma la situazione è più incerta di quanto i numeri possano dire.
Alla luce di tutto questo, appare utile dare uno sguardo più da vicino ai vari territori, non limitandosi ad analisi troppo generiche.


Ohio: Trump avanti a sorpresa


In particolare, risulteranno decisivi alcuni Stati chiave, i cosiddetti Swing State. Innanzitutto l’Ohio.
È dal 1948 che chi vince in questo Stato riesce poi ad arrivare alla Casa Bianca. I delegati in palio sono 18.
In teoria dovrebbe trattarsi di un territorio ostico per Trump, visto che vi ha perso in occasione delle primarie contro il governatore locale, John Kasich.
Eppure, attualmente, il magnate sembra avere un lieve vantaggio sulla rivale, attorno al 4%.
LO STRAPPO CON PORTMAN. Trump sta effettuando diversi comizi nella regione, cercando di far leva soprattutto sulle questioni del lavoro e dell’opposizione ai trattati internazionali di libero scambio.
Il suo tallone d’Achille tuttavia si chiama Rob Portman: popolare senatore repubblicano in cerca di riconferma, ha recentemente ritirato il proprio endorsement al miliardario.
Dallo staff di Trump si temono gli effetti dello strappo e si preme affinché tra i due possa aprirsi una tregua.

Florida: pesa l’incognita del voto ispanico




Al pari dell’Ohio, anche la Florida è uno Swing State importante, visto soprattutto il numero di delegati che offre (29).
Anche qui la corsa è piuttosto serrata: secondo una rilevazione di Cbs, Hillary conduce di tre punti, mentre stando al New York Times è Trump a essere in vantaggio del 4%.
Qui l’incognita sta nel voto ispanico.
IL TYCOON SPOPOLÒ ALLE PRIMARIE. Teoricamente dovrebbe essere Hillary a beneficiare dell’ampia presenza sul territorio di popolazione latino-americana, viste le posizioni radicali espresse dal miliardario in tema di immigrazione (a partire dal muro al confine con il Messico).
Eppure, occhio ai facili automatismi. Anche perché non è escluso che una quota di ispanici regolari, avversi per varie ragioni ai loro compatrioti clandestini, possa appoggiare il programma law and order avanzato da Trump. Che, in occasione delle primarie repubblicane, in Florida stravinse, annichilendo il senatore di origini cubane Marco Rubio.
Arizona: testa a testa in casa repubblicana


Tuttavia, se il candidato repubblicano sembra in corsa negli Stati tradizionalmente in bilico, grattacapi ben maggiori sembrano sorgergli ‘in casa’: all’interno, cioè, di alcuni Stati storicamente repubblicani come l’Arizona, il North Carolina e lo Utah.
Un problema non da poco.
Secondo diversi analisti, infatti, la maggiore speranza che ha il magnate di arrivare alla Casa Bianca si basa sulla riconquista dei territori che nel 2012 votarono per Mitt Romney, oltre che (ovviamente) sull’espansione verso Stati che all’epoca optarono per Barack Obama.
ESTABLISHMENT AVVERSO. In tal senso, l’eventuale defezione di alcune aree tradizionalmente repubblicane potrebbe aprire crepe fatali nella campagna elettorale del miliardario newyorchese.
In Arizona, Stato che vota ininterrottamente repubblicano dal 1952 (fatta eccezione per il 1996, quando si schierò a favore della rielezione di Bill Clinton), la battaglia è serrata, con un testa a testa che vede lievemente in vantaggio Hillary.
Un dato che evidenzia la profonda spaccatura tra Trump e l’establishment del suo stesso partito, visto che i sondaggi danno al senatore John McCain (in cerca di riconferma) 14 punti di vantaggio sulla sua rivale democratica, Ann Kirkpatrick.

Utah: l’indipendente McMullin può rimescolare le carte

La situazione per Trump è ancora peggiore in North Carolina, che vota ininterrottamente per il Grand Old Party dal 1980 (fatta eccezione per il 2008, quando si espresse a favore del primo mandato di Obama).
La maggior parte dei sondaggi segnalano Hillary in vantaggio di 2 punti.
Una situazione paradossale si verifica nello Utah, repubblicano dal 1968 e caratterizzato da una forte presenza di mormoni: una minoranza religiosa che, per quanto di sentimenti tendenzialmente conservatori, ha mostrato a più riprese di non amare granché il miliardario, considerandolo troppo estremista su varie questioni.
Ora, se si guarda ai sondaggi che prendono in considerazione soltanto Hillary e Trump, quest’ultimo sembra mantenere un ampio margine di vantaggio (superiore al 10%).
PROGRAMMA REPUBBLICANO. Il problema però è che, secondo alcune rilevazioni, nello Stato potrebbe vincere Evan McMullin: candidato indipendente, presentatosi con un programma repubblicano classico (liberista in economia, nonché interventista in materia di esteri) ed esplicitamente avverso a Trump.
Qualora una simile eventualità dovesse concretizzarsi, le conseguenze potrebbero essere rilevanti. Innanzitutto per Trump, che si vedrebbe sottratti delegati preziosi (nonostante lo Utah ne offra appena sei). In secondo luogo, si potrebbe aprire il problema dei candidati minori, in quanto non soltanto McMullin ma anche il libertarian Gary Johnson è competitivo in aree come il New Mexico (Stato di cui fu governatore).
IL NODO DEL QUORUM. E per quanto appaia improbabile che un terzo incomodo riesca a conquistare dei delegati, la frammentazione dei voti elettorali può portare a situazioni istituzionali spinose.
Come detto, infatti, per arrivare alla Casa Bianca serve quorum di 270 delegati.
Nel caso in cui nessuno lo raggiungesse, la parola passerebbe alla Camera dei Rappresentanti che dovrebbe scegliere a suo insindacabile giudizio tra i primi tre classificati (senza tener necessariamente conto del numero di delegati conquistati da ciascuno): fu così, per esempio, che John Quincy Adams arrivò alla presidenza nel 1824, pur essendosi piazzato secondo dietro ad Andrew Jackson nelle consultazioni elettorali.

Da New York alla California: bacini importanti di delegati


C’è poi uno Stato, quello di New York, che in modo diverso è la ‘casa’ di entrambi i candidati.
Trump è nato a New York City, mentre Hillary, pur essendo originaria di Chicago, fu senatrice in rappresentanza dello Stato dal 2001 al 2009.
Qui non sembrerebbe esserci storia: l’ex first lady conduce saldamente con un vantaggio del 20%, non una grande novità del resto per un territorio tradizionalmente schierato sotto il vessillo democratico.
Che tra l’altro offre ben 29 delegati.
IL TEXAS NE HA 38. Sempre restando in tema di Stati popolosi, anche la California dovrebbe essere in mano all’ex first lady, che è avanti di quasi 20 punti.
Sul fronte opposto, il Texas (che di delegati ne ha 38) dovrebbe rivelarsi appannaggio di Trump, per quanto Hillary non demorda, tallonandolo con uno scarto del 4%.
Probabilmente qui il miliardario paga la diffidenza dei conservatori duri e puri che ancora non si fidano di lui e che non a caso in occasione delle primarie gli voltarono le spalle, preferendogli l’evangelico Ted Cruz.