“Stanno aumentando le rappresentazioni di donne nere positive, forti e motivanti”
di Ryan de la Torre, trad. Elena Paolini, 27 giugno 2016.

Beti Ellerson [en, come tutti i link seguenti]
mette passione nell’aiutare le donne africane a raccontare le loro
storie attraverso la videocamera così che possano parlare di un’Africa
diversa rispetto a quella che siamo abituati a vedere nei media
tradizionali.
E chi è Beti Ellerson? È un’autrice di film americana, accademica e attivista nonché direttrice del Centro per lo studio e la ricerca sulle donne africane nel cinema, lavoro che unisce all’editing del blog Donne africane nel cinema, all’insegnamento, e ad altri progetti riguardanti i film.
Beti ha prodotto un film intitolato Sorelle di schermo e la serie Reels of Colour (Pellicole di colore) che è andata in onda dal 1997 al 2000 negli Stati Uniti.
Ha anche un dottorato in studi africani con un minor
in studi sui film africani e studi sulle donne. È una fervente
femminista che ha pubblicato e tenuto conferenze in lungo e in largo sul
tema delle donne africane. Nel 2011, è stata premiata con il “Premio
per le donne che si sono distinte nel cinema africano” da registe donne
dello Zimbabwe.
Senza più indugi, vi lascio con l’intervista che ho avuto il piacere di condurre con Beti.
Global Voices (GV): Perché ti interessi di cinema africano?
Beti Ellerson (BE): Perché nel cinema africano trovo un
modo diretto per entrare in contatto con le questioni africane in un
modo più realistico e profondo. A livello accademico, è stato uno
strumento di insegnamento e apprendimento che sono stata in grado di
impiegare usando un approccio interdisciplinare: studi sulle donne,
storia, lingua, letteratura e cultura, sociologia, antropologia e
persino scienza e filosofia.
GV: Qual è la tua definizione di femminismo?
BE: In generale, vedo il femminismo come un modo di
pensare, una logica attraverso cui uno può vivere e fare esperienza
della vita in termini di come si rapporta all’uguaglianza di genere, e
vedo anche il femminismo come un concetto che può essere usato a livello
teorico per porre domande su genere, positionality (condizione
e posizione sociale) e identità. Sono una femminista da molto tempo,
quindi per me è stato un processo politico e personale.
GV: Da quando il Centro per lo studio e la ricerca delle donne
africane è stato fondato nel 2008, pensi che le registe donne africane
abbiano ottenuto maggiori visibilità e riconoscimento?
BE: Direi di sì, ma non a causa del Centro. Ovunque, ho
visto un’evoluzione nella trattazione del tema della rappresentazione
delle donne di colore nello scorso decennio. Questo è anche il risultato
dell’ubiquità delle nuove tecnologie, e specialmente a causa di
internet e dei social network, il lavoro delle donne africane ha
sperimentato un maggior rilievo e apprezzamento. In termini di ricerca e
studio, mi piace pensare che il Centro e il mio lavoro sulle donne
africane nei film abbiano avuto un impatto sulla cultura e sulla
trattazione del tema nei campi degli studi sul cinema africano, degli
studi sulle donne, e della critica cinematografica femminista.
GV: C’è abbastanza supporto per le donne africane per diventare produttrici cinematografiche?
BE: Per quanto potrebbero essercene di più, devo dire
che c’è stato un eccezionale aumento nell’interesse e nel supporto ai
tentativi di produzione cinematografica delle donne africane a livello
locale, continentale e globale. Di nuovo indico la comparsa delle nuove
tecnologie nel ventunesimo secolo come il fattore più importante nella
crescita di questo supporto. Ora molte donne hanno accesso a piattaforme
di sostegno e strategie per raggiungere un vasto pubblico che
permettano alle loro voci di essere udite in tutto il mondo. E, in
effetti, la gente le sta ascoltando!
GV: Che consiglio daresti a una donna africana o a una donna di
origini africane che vuole iniziare una carriera nell’industria
cinematografica?
BE: Con una cultura visuale in costante evoluzione,
vorrei estendere “l’industria cinematografica” per includere i nuovi
media che stanno ridefinendo il “cinema”. Inoltre, come ho detto prima: è
importante sottolineare il valore di chi è venuto prima, prestare
attenzione alle loro parole e apprendere lezioni vitali dai loro
percorsi. Ascoltando le loro parole, sentiamo molte delle ragioni per
cui sono arrivati a produrre i film: raccontare storie, mostrare
un’immagine realistica dell’Africa, sconvolgere il ritratto stereotipato
e unidimensionale dell’Africa.
GV: Da dove trai la motivazione di portare a termine i tuoi progetti?
BE: Vengo motivata dal mio desiderio di condividere la
conoscenza, di supportare e promuovere le storie, i lavori e le
esperienze delle donne africane, degli anziani, e delle donne pioniere
sullo schermo.
GV: Il fatto che più donne africane sono coinvolte nel mondo dei
film cambia l’immagine del corpo femminile e gli stereotipi che sono
stati proiettati nel corpo della donna nera?
BE: Quello è stato l’obiettivo principale per qualche
tempo anche se i risultati sono in qualche modo misti. Tra gli aspetti
positivi, c’è stato un aumento delle rappresentazioni realistiche, che
contrastano gli stereotipi. D’altra parte, con il proliferare dei
contenuti e i media che hanno disseminato quell’immagine, c’è ancora
molto lavoro da fare per assicurarsi che questi stereotipi vengano
corretti. Però sì, in effetti, stanno aumentando le rappresentazioni di
donne nere sempre più positive, forti e motivanti.
FONTE: Global voices
