Il “paradosso nordico”
Di Giulia
Siviero, Il Post, 15 aprile 2018
Perché i
paesi che rispettano di più l’uguaglianza di genere sono gli stessi in cui ci
sono più violenze contro le donne? Non è solo una questione di libertà di
denunciare: è sbagliata la premessa
paesi che rispettano di più l’uguaglianza di genere sono gli stessi in cui ci
sono più violenze contro le donne? Non è solo una questione di libertà di
denunciare: è sbagliata la premessa
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Un padre
spinge un passeggino, Stoccolma, marzo 2014
(Melanie Stetson Freeman/The
Christian Science Monitor) |
Secondo i
maggiori studi, i paesi che più al mondo rispettano l’uguaglianza di genere
sono tutti nel nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia (ma anche
Danimarca). Questi paesi, però, sono anche quelli in cui si registra il maggior
numero di violenze domestiche contro le donne. Questa contraddizione viene
chiamata “paradosso nordico” e si basa su una premessa che viene data per
scontata: e cioè che la disuguaglianza di genere sia una delle cause più
importanti della violenza contro le donne. È un’opinione supportata dalle
organizzazioni che soprattutto a livello istituzionale si occupano di violenza
domestica, dalla letteratura internazionale e anche dal senso comune: ed è per
questo che le iniziative per prevenire la violenza contro le donne si basano
spesso sull’idea che per essere efficaci devono affrontare la disuguaglianza di
potere nelle relazioni di genere.
maggiori studi, i paesi che più al mondo rispettano l’uguaglianza di genere
sono tutti nel nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia (ma anche
Danimarca). Questi paesi, però, sono anche quelli in cui si registra il maggior
numero di violenze domestiche contro le donne. Questa contraddizione viene
chiamata “paradosso nordico” e si basa su una premessa che viene data per
scontata: e cioè che la disuguaglianza di genere sia una delle cause più
importanti della violenza contro le donne. È un’opinione supportata dalle
organizzazioni che soprattutto a livello istituzionale si occupano di violenza
domestica, dalla letteratura internazionale e anche dal senso comune: ed è per
questo che le iniziative per prevenire la violenza contro le donne si basano
spesso sull’idea che per essere efficaci devono affrontare la disuguaglianza di
potere nelle relazioni di genere.
Del
paradosso nordico, come spiegano sulla Harvard Political Review, si
sono recentemente occupati
Enrique Gracia, professore di psicologia sociale all’Università di Valencia, e
Juan Merlo, docente di epidemiologia sociale all’Università di Lund, in uno
studio pubblicato nel novembre del 2017 sulla rivista Social Science &
Medicine. I due professori affermano innanzitutto che – nonostante questo
paradosso sia uno dei problemi più sorprendenti all’interno del loro campo di
studio – è un tema che viene considerato molto poco: non è oggetto di ricerca
quanto invece dovrebbe e rimane, di fatto ancora oggi, senza una spiegazione.
Il loro articolo suggerisce anche come una migliore comprensione di questo
paradosso possa essere fondamentale per capire, prevenire e fermare la violenza
contro le donne.
paradosso nordico, come spiegano sulla Harvard Political Review, si
sono recentemente occupati
Enrique Gracia, professore di psicologia sociale all’Università di Valencia, e
Juan Merlo, docente di epidemiologia sociale all’Università di Lund, in uno
studio pubblicato nel novembre del 2017 sulla rivista Social Science &
Medicine. I due professori affermano innanzitutto che – nonostante questo
paradosso sia uno dei problemi più sorprendenti all’interno del loro campo di
studio – è un tema che viene considerato molto poco: non è oggetto di ricerca
quanto invece dovrebbe e rimane, di fatto ancora oggi, senza una spiegazione.
Il loro articolo suggerisce anche come una migliore comprensione di questo
paradosso possa essere fondamentale per capire, prevenire e fermare la violenza
contro le donne.
Qualche
dato
Ogni anno dal 2006 il World Economic Forum (WEF) pubblica una ricerca che
quantifica le disparità di genere in vari paesi del mondo: il Global
Gender Gap Report. Il rapporto permette di fare una comparazione tra paesi e
individuare i miglioramenti e i peggioramenti nelle disparità di genere in base a
quattro criteri: economia (si considerano salari, partecipazione e
leadership), salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
istruzione (accesso all’istruzione elementare e superiore) e politica
(rappresentanza). Va subito precisato che il rapporto non misura la qualità
della vita in generale delle donne o il loro livello di libertà – non tiene
conto, per esempio, di questioni come il diritto all’aborto o il livello
della violenza di
genere – ma misura semplicemente il divario quantitativo
tra uomini e donne in quattro settori della società. L’ultimo rapporto presenta Islanda,
Norvegia e Finlandia ai primi tre posti, la Svezia al quinto, la Danimarca al
quattordicesimo (l’Italia è all’ottantaduesimo).
dato
Ogni anno dal 2006 il World Economic Forum (WEF) pubblica una ricerca che
quantifica le disparità di genere in vari paesi del mondo: il Global
Gender Gap Report. Il rapporto permette di fare una comparazione tra paesi e
individuare i miglioramenti e i peggioramenti nelle disparità di genere in base a
quattro criteri: economia (si considerano salari, partecipazione e
leadership), salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
istruzione (accesso all’istruzione elementare e superiore) e politica
(rappresentanza). Va subito precisato che il rapporto non misura la qualità
della vita in generale delle donne o il loro livello di libertà – non tiene
conto, per esempio, di questioni come il diritto all’aborto o il livello
della violenza di
genere – ma misura semplicemente il divario quantitativo
tra uomini e donne in quattro settori della società. L’ultimo rapporto presenta Islanda,
Norvegia e Finlandia ai primi tre posti, la Svezia al quinto, la Danimarca al
quattordicesimo (l’Italia è all’ottantaduesimo).
Nello
studio pubblicato su Social Science & Medicine da Gracia e Merlo risulta
però che nei paesi nordici il 30 per cento delle donne, in media, ha subito
violenza domestica: il 32 per cento in Danimarca, il 30 per cento in Finlandia,
il 28 per cento in Svezia, il 26,8 per cento in Norvegia e il 22 per cento in
Islanda (Norvegia e Islanda non sono membri dell’UE ). Il tasso medio dei paesi
dell’Unione Europea è del 22 per cento.
studio pubblicato su Social Science & Medicine da Gracia e Merlo risulta
però che nei paesi nordici il 30 per cento delle donne, in media, ha subito
violenza domestica: il 32 per cento in Danimarca, il 30 per cento in Finlandia,
il 28 per cento in Svezia, il 26,8 per cento in Norvegia e il 22 per cento in
Islanda (Norvegia e Islanda non sono membri dell’UE ). Il tasso medio dei paesi
dell’Unione Europea è del 22 per cento.
I dati
dei paesi nordici sono alti anche se si parla di violenza in generale contro le
donne e non solo la violenza domestica. Portogallo, Italia e Grecia, che sono
molto indietro rispetto ai paesi nordici per quanto riguarda l’uguaglianza di
genere, hanno tassi molto più bassi di violenza domestica contro le donne.
«Siamo un po’ stupiti dalla scoperta di questo tipo di dati», ha detto Enrique
Gracia: «Perché le donne dovrebbero essere maggiormente vittime di violenza nei
paesi che si sforzano così tanto per diminuire l’oppressione?».
dei paesi nordici sono alti anche se si parla di violenza in generale contro le
donne e non solo la violenza domestica. Portogallo, Italia e Grecia, che sono
molto indietro rispetto ai paesi nordici per quanto riguarda l’uguaglianza di
genere, hanno tassi molto più bassi di violenza domestica contro le donne.
«Siamo un po’ stupiti dalla scoperta di questo tipo di dati», ha detto Enrique
Gracia: «Perché le donne dovrebbero essere maggiormente vittime di violenza nei
paesi che si sforzano così tanto per diminuire l’oppressione?».
Oltre i
dati
Nonostante la percezione diffusa intorno alla qualità della vita nelle nazioni
nordiche, e della qualità della vita anche delle donne, nei paesi scandinavi è
radicata una cultura ancora profondamente maschilista (che impedisce per
esempio alle donne di essere presenti in alcuni settori del lavoro
tradizionalmente considerati adatti a un ruolo maschile). La cosiddetta “cultura dello stupro” –
una società cioè in cui l’aggressività sessuale maschile è incoraggiata e la
violenza contro le donne, anche con il silenzio, è supportata, normalizzata o
banalizzata dai media e dalla cultura popolare – è insomma diffusa anche nei
paesi del nord Europa. E la storia legislativa dello stupro coniugale ne è un
esempio: lo stupro e gli abusi all’interno di una relazione intima sono spesso
considerati, secondo un radicato
stereotipo che si ritrova anche nelle aule dei tribunali, come una
violenza di seconda categoria che si confonde con i doveri coniugali di una
donna. La Svezia è stata uno dei primi paesi a criminalizzare lo stupro
coniugale negli anni Sessanta, ma la Finlandia lo ha fatto solo nel
1994.
dati
Nonostante la percezione diffusa intorno alla qualità della vita nelle nazioni
nordiche, e della qualità della vita anche delle donne, nei paesi scandinavi è
radicata una cultura ancora profondamente maschilista (che impedisce per
esempio alle donne di essere presenti in alcuni settori del lavoro
tradizionalmente considerati adatti a un ruolo maschile). La cosiddetta “cultura dello stupro” –
una società cioè in cui l’aggressività sessuale maschile è incoraggiata e la
violenza contro le donne, anche con il silenzio, è supportata, normalizzata o
banalizzata dai media e dalla cultura popolare – è insomma diffusa anche nei
paesi del nord Europa. E la storia legislativa dello stupro coniugale ne è un
esempio: lo stupro e gli abusi all’interno di una relazione intima sono spesso
considerati, secondo un radicato
stereotipo che si ritrova anche nelle aule dei tribunali, come una
violenza di seconda categoria che si confonde con i doveri coniugali di una
donna. La Svezia è stata uno dei primi paesi a criminalizzare lo stupro
coniugale negli anni Sessanta, ma la Finlandia lo ha fatto solo nel
1994.
La
persistenza di atteggiamenti sessisti risulta poi chiara dalla risposta alle
leggi sulla parità di genere: il professor Lucas Gottzen, un ricercatore
dell’Università di Linköping, Svezia, ha spiegato alla Harvard Political Review che
la maggior parte degli uomini, in Svezia, non ha usufruito del congedo
parentale quando le leggi sul congedo parentale sono state approvate,
negli anni Settanta: «Ho intervistato alcuni di questi uomini che furono i
primi a prendere il congedo parentale negli anni Settanta. Erano guardati
dall’alto in basso. Erano visti non come uomini veri». Fino agli anni Novanta,
gli uomini svedesi non hanno insomma sfruttato come avrebbero potuto il congedo
parentale.
persistenza di atteggiamenti sessisti risulta poi chiara dalla risposta alle
leggi sulla parità di genere: il professor Lucas Gottzen, un ricercatore
dell’Università di Linköping, Svezia, ha spiegato alla Harvard Political Review che
la maggior parte degli uomini, in Svezia, non ha usufruito del congedo
parentale quando le leggi sul congedo parentale sono state approvate,
negli anni Settanta: «Ho intervistato alcuni di questi uomini che furono i
primi a prendere il congedo parentale negli anni Settanta. Erano guardati
dall’alto in basso. Erano visti non come uomini veri». Fino agli anni Novanta,
gli uomini svedesi non hanno insomma sfruttato come avrebbero potuto il congedo
parentale.
Kevat
Nousiainen, professore di diritto comparato e teoria giuridica all’Università
di Turku in Finlandia, ha spiegato a sua volta che il caso della Svezia non è
un’eccezione e che è molto diffuso un atteggiamento di insofferenza o negazione
del fatto che le donne siano discriminate: anzi molte persone affermano che «in
realtà sono gli uomini ad avere dei problemi».
Nousiainen, professore di diritto comparato e teoria giuridica all’Università
di Turku in Finlandia, ha spiegato a sua volta che il caso della Svezia non è
un’eccezione e che è molto diffuso un atteggiamento di insofferenza o negazione
del fatto che le donne siano discriminate: anzi molte persone affermano che «in
realtà sono gli uomini ad avere dei problemi».
Ipotesi
La scoperta del paradosso nordico non è una novità e nel corso degli anni sono
state fatte diverse ipotesi per tentare di spiegarlo. Per esempio si è pensato
che possa avere a che fare con l’abuso di alcol, il cui consumo è più elevato
nel nord Europa che nel sud (ma questo, secondo alcune e alcuni, legherebbe in
modo assolutamente riduttivo la violenza contro le donne all’ubriachezza).
La scoperta del paradosso nordico non è una novità e nel corso degli anni sono
state fatte diverse ipotesi per tentare di spiegarlo. Per esempio si è pensato
che possa avere a che fare con l’abuso di alcol, il cui consumo è più elevato
nel nord Europa che nel sud (ma questo, secondo alcune e alcuni, legherebbe in
modo assolutamente riduttivo la violenza contro le donne all’ubriachezza).
Altri
sostengono invece una tesi completamente diversa: i numeri delle segnalazioni,
e dunque i dati, sarebbero più alti semplicemente perché le donne scandinave si
sentono più libere e sicure di parlare e denunciare le aggressioni che
subiscono, proprio perché vivono in una società più aperta ed equa; altrove le
aggressioni sarebbero di più ma non sarebbero denunciate. Il professor Lucas
Gottzen ha spiegato: «Il motivo per cui noi in Svezia abbiamo un elevato tasso
di violenza domestica è perché c’è un’alta consapevolezza». I dati non
rifletterebbero dunque una prevalenza realmente più elevata di violenza
domestica, ma livelli più elevati di consapevolezza e sensibilizzazione rispetto
a quella di paesi meno egualitari.
sostengono invece una tesi completamente diversa: i numeri delle segnalazioni,
e dunque i dati, sarebbero più alti semplicemente perché le donne scandinave si
sentono più libere e sicure di parlare e denunciare le aggressioni che
subiscono, proprio perché vivono in una società più aperta ed equa; altrove le
aggressioni sarebbero di più ma non sarebbero denunciate. Il professor Lucas
Gottzen ha spiegato: «Il motivo per cui noi in Svezia abbiamo un elevato tasso
di violenza domestica è perché c’è un’alta consapevolezza». I dati non
rifletterebbero dunque una prevalenza realmente più elevata di violenza
domestica, ma livelli più elevati di consapevolezza e sensibilizzazione rispetto
a quella di paesi meno egualitari.
Altri
esperti, tra cui Gracia, non sono molto d’accordo. Gracia, si dice sulla Harvard
Political Review, ha fatto notare che gli alti tassi di violenza domestica
raccontata dalle donne intervistate nei paesi nordici sono accompagnati da dati
che non mostrano altrettanto alti livelli di denunce vere e proprie alle
autorità. Nell’esaminare i dati sui vari tipi di violenza contro le donne
diversi dalla violenza domestica, risulta poi che i paesi nordici abbiano tassi
più alti anche rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale: il problema,
insomma, sarebbe reale e sarebbero fuorvianti le altre statistiche
sull’uguaglianza di genere.
esperti, tra cui Gracia, non sono molto d’accordo. Gracia, si dice sulla Harvard
Political Review, ha fatto notare che gli alti tassi di violenza domestica
raccontata dalle donne intervistate nei paesi nordici sono accompagnati da dati
che non mostrano altrettanto alti livelli di denunce vere e proprie alle
autorità. Nell’esaminare i dati sui vari tipi di violenza contro le donne
diversi dalla violenza domestica, risulta poi che i paesi nordici abbiano tassi
più alti anche rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale: il problema,
insomma, sarebbe reale e sarebbero fuorvianti le altre statistiche
sull’uguaglianza di genere.
Maura
Misiti, demografa presso il CNR e coordinatrice di numerosi progetti europei e
nazionali ed esperta in studi connessi all’approccio di genere, ha spiegato al Post
che effettivamente nell’interpretazione dei dati potrebbe intervenire un altro
stereotipo: che la cultura machista sia prevalente nei paesi del sud Europa e
che invece dei paesi del nord si abbia una percezione sempre molto positiva, da
molti punti vista, compreso questo. Il fatto che la cultura machista agisca e
si manifesti in modo molto evidente in certe società non esclude il fatto che
sia radicata, magari in modo meno evidente, anche in altre, come spesso hanno
rilevato i movimenti femministi anche del nord Europa.
Misiti, demografa presso il CNR e coordinatrice di numerosi progetti europei e
nazionali ed esperta in studi connessi all’approccio di genere, ha spiegato al Post
che effettivamente nell’interpretazione dei dati potrebbe intervenire un altro
stereotipo: che la cultura machista sia prevalente nei paesi del sud Europa e
che invece dei paesi del nord si abbia una percezione sempre molto positiva, da
molti punti vista, compreso questo. Il fatto che la cultura machista agisca e
si manifesti in modo molto evidente in certe società non esclude il fatto che
sia radicata, magari in modo meno evidente, anche in altre, come spesso hanno
rilevato i movimenti femministi anche del nord Europa.
Gracia e
Merlo hanno dunque avanzato un’altra ipotesi interessante: i paesi nordici
potrebbero soffrire del contraccolpo al fatto che i concetti tradizionali di
virilità e mascolinità siano stati messi alla prova in modo significativo. La
violenza sarebbe dunque “vendicativa”: il risultato di una reazione alla
libertà delle donne, che diventa più dirompente proprio in quelle società che
hanno spinto con più insistenza per una maggiore libertà delle donne e che
hanno “minacciato” i ruoli tradizionali, l’identità e il potere degli uomini.
Per Misiti, l’ipotesi è significativa: «In sostanza, si ipotizza che sia
sbagliata la premessa e cioè che quel tipo di conquiste di parità sul lavoro,
in famiglia o nella politica non siano direttamente correlate a una minore
violenza. Non è detto cioè che siano automaticamente portatrici di stili di
vita e di relazioni differenti».
Merlo hanno dunque avanzato un’altra ipotesi interessante: i paesi nordici
potrebbero soffrire del contraccolpo al fatto che i concetti tradizionali di
virilità e mascolinità siano stati messi alla prova in modo significativo. La
violenza sarebbe dunque “vendicativa”: il risultato di una reazione alla
libertà delle donne, che diventa più dirompente proprio in quelle società che
hanno spinto con più insistenza per una maggiore libertà delle donne e che
hanno “minacciato” i ruoli tradizionali, l’identità e il potere degli uomini.
Per Misiti, l’ipotesi è significativa: «In sostanza, si ipotizza che sia
sbagliata la premessa e cioè che quel tipo di conquiste di parità sul lavoro,
in famiglia o nella politica non siano direttamente correlate a una minore
violenza. Non è detto cioè che siano automaticamente portatrici di stili di
vita e di relazioni differenti».
Misiti ci
spiega che circola anche un’altra ipotesi interpretativa del cosiddetto
paradosso nordico: «La libertà delle donne potrebbe essere legata a una
maggiore esposizione al rischio: in un paese dove l’emancipazione è superiore e
dove le donne sono più presenti nei luoghi di lavoro, le donne sono più esposte
al rischio di subire violenza, non solo domestica in questo caso. Si
tratterebbe nuovamente di un backlash effect: di un contraccolpo».
spiega che circola anche un’altra ipotesi interpretativa del cosiddetto
paradosso nordico: «La libertà delle donne potrebbe essere legata a una
maggiore esposizione al rischio: in un paese dove l’emancipazione è superiore e
dove le donne sono più presenti nei luoghi di lavoro, le donne sono più esposte
al rischio di subire violenza, non solo domestica in questo caso. Si
tratterebbe nuovamente di un backlash effect: di un contraccolpo».
Il
femminismo ha già risposto
Nella maggior parte dei paesi del nord Europa, le leggi sull’uguaglianza di
genere sono state approvate solo negli ultimi decenni e le trasformazioni
culturali non sono andate di pari passo. L’uguaglianza di genere è stata
insomma in qualche modo imposta dall’alto, attraverso una serie di cambiamenti
legislativi che non sono stati seguiti da un identico e reale cambiamento
culturale. Conseguenza: l’emancipazione e i cambiamenti culturali conquistati e
vissuti quotidianamente dalle donne non stati “digeriti” da parte degli uomini.
femminismo ha già risposto
Nella maggior parte dei paesi del nord Europa, le leggi sull’uguaglianza di
genere sono state approvate solo negli ultimi decenni e le trasformazioni
culturali non sono andate di pari passo. L’uguaglianza di genere è stata
insomma in qualche modo imposta dall’alto, attraverso una serie di cambiamenti
legislativi che non sono stati seguiti da un identico e reale cambiamento
culturale. Conseguenza: l’emancipazione e i cambiamenti culturali conquistati e
vissuti quotidianamente dalle donne non stati “digeriti” da parte degli uomini.
Le
spiegazioni che hanno a che fare con il contraccolpo si inseriscono nella
teoria e nella pratica di molti femminismi che sostengono da sempre, prima che
i dati confermassero il paradosso stesso, che i cambiamenti
legislativi non si accompagnino automaticamente a un cambiamento culturale
reale. Sono i femminismi che potremmo definire “non istituzionali”. I
femminismi sono molti, infatti, ma per semplificare è possibile stabilire la
divisione che si è creata dopo gli anni Sessanta e Settanta tra “femminismo
della parità” (o “femminismo di Stato”) e “femminismo autonomo” (o “femminismo
della differenza”). La divisione si formò quando le istituzioni pubbliche
interpretarono – e continuano a interpretare – il movimento delle donne nel
senso di una richiesta femminile di maggiore parità: nacque così il “femminismo
di stato” che deriva a sua volta dalla prima ondata del movimento delle donne,
quello dell’emancipazionismo suffragista dell’Ottocento, e che è diventato oggi
il neo-femminismo sostenuto dai media mainstream.
spiegazioni che hanno a che fare con il contraccolpo si inseriscono nella
teoria e nella pratica di molti femminismi che sostengono da sempre, prima che
i dati confermassero il paradosso stesso, che i cambiamenti
legislativi non si accompagnino automaticamente a un cambiamento culturale
reale. Sono i femminismi che potremmo definire “non istituzionali”. I
femminismi sono molti, infatti, ma per semplificare è possibile stabilire la
divisione che si è creata dopo gli anni Sessanta e Settanta tra “femminismo
della parità” (o “femminismo di Stato”) e “femminismo autonomo” (o “femminismo
della differenza”). La divisione si formò quando le istituzioni pubbliche
interpretarono – e continuano a interpretare – il movimento delle donne nel
senso di una richiesta femminile di maggiore parità: nacque così il “femminismo
di stato” che deriva a sua volta dalla prima ondata del movimento delle donne,
quello dell’emancipazionismo suffragista dell’Ottocento, e che è diventato oggi
il neo-femminismo sostenuto dai media mainstream.
Luisa
Muraro, una delle principali teoriche del femminismo radicale italiano, spiega
che il “femminismo di Stato” «considera discriminatorio ogni segno di
differenza sessuale e mette al centro della sua azione la parità della donna
con l’uomo e la spartizione del potere tra donne e uomini. (…) La politica dei
diritti presuppone sempre un potere che può farli valere, e che può decidere, a
un dato momento, che non valgono più». Il “femminismo di Stato”, «preme per la
spartizione del potere politico attraverso il meccanismo delle pari opportunità
e delle quote rosa» che spesso però si traducono nella formula “donne, purché
piacciano agli uomini” cioè nel cosiddetto pinkwashing, una passata di
rosa per fare sembrare formalmente corretto qualcosa che resta invece
profondamente grigio. La parità funziona allora come un principio omologante e
nasconde in realtà la cancellazione della soggettività femminile e dei suoi
diritti: l’esempio più evidente è nella frase “tutti gli uomini sono uguali per
natura” o nell’espressione “suffragio universale” applicata da giuristi e
filosofi per lungo tempo a tutti-gli-uomini con esclusione delle donne.
Muraro, una delle principali teoriche del femminismo radicale italiano, spiega
che il “femminismo di Stato” «considera discriminatorio ogni segno di
differenza sessuale e mette al centro della sua azione la parità della donna
con l’uomo e la spartizione del potere tra donne e uomini. (…) La politica dei
diritti presuppone sempre un potere che può farli valere, e che può decidere, a
un dato momento, che non valgono più». Il “femminismo di Stato”, «preme per la
spartizione del potere politico attraverso il meccanismo delle pari opportunità
e delle quote rosa» che spesso però si traducono nella formula “donne, purché
piacciano agli uomini” cioè nel cosiddetto pinkwashing, una passata di
rosa per fare sembrare formalmente corretto qualcosa che resta invece
profondamente grigio. La parità funziona allora come un principio omologante e
nasconde in realtà la cancellazione della soggettività femminile e dei suoi
diritti: l’esempio più evidente è nella frase “tutti gli uomini sono uguali per
natura” o nell’espressione “suffragio universale” applicata da giuristi e
filosofi per lungo tempo a tutti-gli-uomini con esclusione delle donne.
Il
femminismo autonomo, in continuità con quello degli inizi, mette invece al
centro della discussione non il concetto di parità ma quello di differenza: non
negando la parità dei diritti, sostiene che solo l’affermarsi positivo della
differenza femminile sia la premessa per una migliore garanzia dell’uguaglianza
e per restituire protagonismo alle persone, tutte. Sempre Muraro: «Il
femminismo radicale vuole dare un senso libero alla differenza sessuale e vede
nell’affermazione concreta della differenza femminile (pensiamo ai dati sulla
maggiore scolarizzazione delle ragazze, alla presenza femminile di qualità nel
mondo del lavoro e dell’associazionismo) una premessa per restituire
protagonismo a donne e uomini».
femminismo autonomo, in continuità con quello degli inizi, mette invece al
centro della discussione non il concetto di parità ma quello di differenza: non
negando la parità dei diritti, sostiene che solo l’affermarsi positivo della
differenza femminile sia la premessa per una migliore garanzia dell’uguaglianza
e per restituire protagonismo alle persone, tutte. Sempre Muraro: «Il
femminismo radicale vuole dare un senso libero alla differenza sessuale e vede
nell’affermazione concreta della differenza femminile (pensiamo ai dati sulla
maggiore scolarizzazione delle ragazze, alla presenza femminile di qualità nel
mondo del lavoro e dell’associazionismo) una premessa per restituire
protagonismo a donne e uomini».
L’obiettivo
non è dunque una semplice misura quantitativa fine a se stessa, ma «un cambio
di civiltà a partire dai contesti in cui si vive quotidianamente». Quando
l’uguaglianza di genere è intesa in questo modo, il paradosso nordico trova un
senso. In questo contesto, più ampio e differente, gli interventi sulla
violenza contro le donne vanno ben al
di là della normalizzazione della parità nella vita pubblica: hanno
a che fare con le condizioni dell’indipendenza delle donne, con i loro
desideri, con la sfida agli stereotipi e ai ruoli di genere, con il
rafforzamento delle relazioni rispettose, con l’educazione, soprattutto. Con il
fatto di cominciare a nominare la questione maschile, più che la questione
femminile.
non è dunque una semplice misura quantitativa fine a se stessa, ma «un cambio
di civiltà a partire dai contesti in cui si vive quotidianamente». Quando
l’uguaglianza di genere è intesa in questo modo, il paradosso nordico trova un
senso. In questo contesto, più ampio e differente, gli interventi sulla
violenza contro le donne vanno ben al
di là della normalizzazione della parità nella vita pubblica: hanno
a che fare con le condizioni dell’indipendenza delle donne, con i loro
desideri, con la sfida agli stereotipi e ai ruoli di genere, con il
rafforzamento delle relazioni rispettose, con l’educazione, soprattutto. Con il
fatto di cominciare a nominare la questione maschile, più che la questione
femminile.
Gracia e
Merlo, nella loro pubblicazione, spiegano che se i paesi, anche quelli nordici,
vogliono veramente raggiungere l’uguaglianza di genere, devono
guardare oltre i numeri e la formalità, all’interno della loro
cultura. Dovrebbero dunque affrontare, come spiegano i femminismi
radicali, non solo le “discriminazioni di genere visibili” che attraverso le
leggi intervengono spesso sulle condizioni formali di una certa categoria
di donne (bianche e della classe media), ma la disuguaglianza culturale e
strutturale basata sul genere che si vive quotidianamente e che ha a che fare
con molte altre questioni che si intersecano con il genere: classe, etnia,
disabilità, orientamento sessuale e così via. Le informazioni raccolte
esplorando il paradosso nordico possono insomma smontare premesse fallimentari
e vecchie aspettative per crearne di nuove, di più realistiche e soprattutto di
più efficaci.
Merlo, nella loro pubblicazione, spiegano che se i paesi, anche quelli nordici,
vogliono veramente raggiungere l’uguaglianza di genere, devono
guardare oltre i numeri e la formalità, all’interno della loro
cultura. Dovrebbero dunque affrontare, come spiegano i femminismi
radicali, non solo le “discriminazioni di genere visibili” che attraverso le
leggi intervengono spesso sulle condizioni formali di una certa categoria
di donne (bianche e della classe media), ma la disuguaglianza culturale e
strutturale basata sul genere che si vive quotidianamente e che ha a che fare
con molte altre questioni che si intersecano con il genere: classe, etnia,
disabilità, orientamento sessuale e così via. Le informazioni raccolte
esplorando il paradosso nordico possono insomma smontare premesse fallimentari
e vecchie aspettative per crearne di nuove, di più realistiche e soprattutto di
più efficaci.

