Yemen senza pace, sauditi senza vittoria
Eleonora
Ardemagni, ISPI, 12 marzo 2018
Il 26
marzo prossimo, lo Yemen entrerà nel quarto anno di guerra: i morti hanno
superato i 10 mila, mentre 22 milioni di yemeniti (su un totale di 27
milioni), necessitano di assistenza umanitaria.

A
dispetto delle tante bombe sganciate, l’Arabia Saudita è oggi meno influente in
Yemen di quanto lo fosse prima dell’intervento militare iniziato nel 2015. L’Iran,
storico rivale dei sauditi, e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), ambiziosi alleati
di Riyadh, hanno al contrario guadagnato notevole spazio geopolitico nell’unica
repubblica della Penisola arabica. E hanno eroso il tradizionale “soft and
money power” dell’Arabia Saudita.
In Yemen,
la rivalità fra sauditi e iraniani ha aggrovigliato un conflitto complesso,
nonché di matrice interna: una guerra, anche inter-tribale, per il potere e le
risorse. Anno dopo anno, Teheran ha aumentato il livello d’interferenza
politico-militare nel paese a sostegno degli huthi, gli insorti sciiti zaiditi
del movimento-milizia settentrionale di Ansarullah. Di fatto, le accuse
lanciate da Riyadh sin dalla prima ora, “l’Iran arma gli huthi”, si sono poi
trasformate in una beffarda realtà.
L’ultimo
Rapporto del Panel degli esperti delle Nazioni Unite scrive che l’Iran non ha
preso le misure necessarie per prevenire la fornitura/vendita diretta o
indiretta di armi agli huthi, in violazione così delle relative risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza Onu. Gli esperti hanno identificato, in Yemen e in
Arabia Saudita, resti di missili, materiale militare nonché droni, di origine
iraniana: armi, si legge nel Rapporto, entrate in Yemen dopo l’imposizione
dell’embargo [1].
L’Arabia
Saudita è intervenuta militarmente in Yemen per liberare i territori occupati
dagli insorti, tra cui la capitale Sana’a, re-insediando (ma ad Aden), il
governo ad interim di Abd Rabu Mansur Hadi. Riyadh ha utilizzato tutti gli
strumenti possibili: guerra e cooptazione politico-militare dei principali
attori tribali anti-huthi.
I sauditi
hanno clamorosamente fallito i loro obiettivi: fra i grandi centri urbani, solo
Aden e Al-Mokha sono state liberate dai ribelli, ma a guidare le operazioni di
terra sono state le Forze Speciali della Guardia presidenziale emiratina.
In tale
quadro, l’Iran è diventato sponsor degli huthi. Di certo, Ansarullah non è
un’invenzione iraniana, né può essere considerato un attore proxy come
Hezbollah o le milizie sciite irachene. Negli anni, gli huthi si sono
ideologicamente e operativamente avvicinati al network transnazionale sciita
che fa capo all’Iran: tuttavia, il movimento di Sa’da ha fin qui perseguito
un’agenda politica interna (prima locale, poi nazionale) e non viene “telecomandato”
dal generale Qassem Suleimani, il capo degli Al-Quds della Repubblica
Islamica.
Gli huthi
sono riusciti a compiere l’impossibile: vincere il consenso (o la neutralità),
in chiave anti-governativa, di territori del profondo nord tribale dello Yemen.
E ciò nonostante gli huthi abbiano sempre rigettato il tribalismo, dato che la
loro leadership è composta dai sâda (sing. sayyid), l’élite religiosa e non
tribale sciita zaidita (di discendenza hashemita). In più, il movimento fondato
dal defunto Husayn Al-Huthi è riuscito a prosciugare la rete
politico-clientelare-militare dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, ucciso da
miliziani di Ansarullah (suoi alleati fino a pochi giorni prima) il 4 dicembre
scorso.
Per i
sauditi, la guerra yemenita è un’ingente voce di spesa: per Teheran, il
sostegno agli huthi è stato, finora, a basso costo. L’obiettivo degli iraniani
in Yemen è duplice: mettere sotto pressione il confine saudita, appoggiando la
guerriglia huthi, e logorare Riyadh, tenendo i sauditi militarmente e
finanziariamente occupati sul fronte (quasi) interno, ovvero distanti da quel
Levante arabo (Libano, Siria e Iraq) in cui sono gli iraniani a dare le carte.
Non vi sono dubbi: Teheran ha centrato i suoi obiettivi di politica estera,
anche qui.
In Yemen,
la contrapposizione binaria fra sauditi e iraniani risente della presenza di un
terzo attore regionale: gli Emirati Arabi Uniti. Sauditi ed emiratini sono
certo uniti dalla volontà di contenere Teheran e Ansarullah. Tuttavia, le
ambizioni geopolitiche di Abu Dhabi, qui declinate nel sostegno ai
secessionisti meridionali, stanno indebolendo il fronte filo-governativo,
offrendo così un vantaggio indiretto all’Iran.
Gli obiettivi
degli Emirati Arabi in Yemen, perseguiti tramite impegno militare di terra, rete
di patronage locale, addestramento di forze yemenite e aiuto alla ricostruzione
nel sud, erano tre: indebolimento della Fratellanza Musulmana (qui
rappresentata dal partito Islah, che raccoglie però anche salafiti), contrasto
ad AQAP e creazione di un’area di influenza geostrategica nel sud dello Yemen.
Gli emiratini hanno raggiunto tutti e tre gli obiettivi: Islah è politicamente
e militarmente nell’angolo, AQAP non controlla più territori e città
strategiche, il sud costiero dello Yemen (da Aden all’Hadhramaut meridionale,
fino all’isola di Socotra) li vede protagonisti, rafforzandone la proiezione su
Corno d’Africa e Oceano Indiano.
Come
dimostrato dalle recenti violenze ad Aden tra forze filo-saudite e
filo-emiratine (28-30 gennaio), le strategie parallele di Arabia Saudita ed
Emirati Arabi in Yemen non possono più coesistere: uniti contro gli huthi, ma
divisi sulla fisionomia politico-istituzionale dello Yemen di domani. Il
pro-separatista Consiglio di Transizione del Sud (STC), appoggiato da Abu Dhabi,
è diventato troppo forte, riuscendo a consolidare le proprie posizioni prima
che la Coalizione araba imponesse una fragile tregua locale (in vigore dal 31
gennaio).
Riyadh
esce finora perdente anche nella gara per il controllo delle principali reti
viarie e infrastrutturali dello Yemen, strategiche non solo per le sorti della
guerra, ma anche per il post-conflict. Gli huthi (quindi l’attore vicino
all’Iran) continuano a occupare la capitale Sana’a e il porto di Hodeida sul
Mar Rosso; gli emiratini esercitano grande influenza sui principali centri
urbani e portuali della costa sud, Al-Mokha, Aden, Balhaf (terminal gasifero) e
Mukalla. Al contrario, l’Arabia Saudita controlla, attraverso le forze
pro-Hadi, solo il piccolo porto della città di Midi, al confine con il Jizan
saudita, e sta incrementando la presenza militare nella periferica regione di
Mahra (porto e aeroporto di Ghayda), in aperta competizione con gli emiratini,
il confinante Oman e lo stesso Iran: le armi di fabbricazione iraniana, in parte
ancora da assemblare, entrerebbero da questa regione [2].
In Yemen,
il terreno di scontro indiretto fra sauditi e iraniani rimane il confine tra il
regno wahhabita e le terre d’origine di Ansarullah: la costante minaccia
missilistica huthi nei confronti di Riyadh, colpita il 4 novembre scorso, è
solo l’aspetto più evidente -e pericoloso- del problema. Dal 2015, il livello
di insicurezza lungo il confine saudita-yemenita è fortemente aumentato: molti
villaggi dell’Arabia Saudita sono stati sfollati e Najran, la città frontaliera
più grande, è stata più volte colpita dagli huthi.
Il
principe ereditario saudita, nonché ministro della difesa Mohammed bin Salman
Al-Saud, ha indicato che riprendere il controllo della capitale Sana’a è un
obiettivo non negoziabile: lo Yemen sarà fra i principali temi del prossimo
incontro fra l’erede al trono di Riyadh e il presidente statunitense Donald
Trump, in occasione della visita ufficiale di Mohammed bin Salman negli
Stati Uniti (19-23 marzo). I sauditi hanno invano sperato in un aiuto
militare maggiore da parte di Washington. Invece, lo stesso appoggio logistico
(rifornimenti in volo) e d’intelligence assicurato dagli Stati Uniti alla
coalizione, sin dall’inizio del conflitto, è ora oggetto di una mozione
bipartisan del Congresso (firmata dal democratico Chris Murphy, dal
repubblicano Mike Lee dall’indipendente Bernie Sanders) che chiede la fine del
sostegno Usa all’operazione militare a guida saudita-emiratina in Yemen.
Per tante
e complesse ragioni, l’Arabia Saudita esce finora perdente dalla competizione
regionale “a tre” per il controllo dello Yemen, con scarse possibilità di
recupero. Anche perché il rivale Iran, a lungo evocato nei discorsi settari di
Riyadh a giustificazione dell’intervento militare del 2015, è diventato,
davvero, un attore influente nella partita yemenita
1. United
Nations Security Council, Panel of Experts on Yemen, 26 January 2018,
S/2018/68.
2. E.
Ardemagni, “Emiratis,
Omanis, Saudis: the rising competition for Yemen’s al-Mahra,” The
London School of Economics and Political Science, LSE Middle East Centre Blog,
28 Dicembre 2017; United Nations Security Council, op.cit.
