Le vittime di tratta ora sono finite nella rete delle mafie transnazionali
Tania Careddu, LEFT, 3
marzo 2018
La
tratta, un crimine lo è sempre stato. Ma, ora, quella delle donne straniere,
per lo più nigeriane, a scopo di sfruttamento sessuale è diventata un vero e
proprio affare criminale.
Ammantato
di magia, da riti woodoo usati a fini manipolatori, è un dramma esistenziale
che da una parte, le assoggetta al vincolo del debito contratto con le
organizzazioni che ne hanno consentito l’espatrio e dall’altra, le subordina,
economicamente, moralmente e psicologicamente, agli sfruttatori con il patto di
restituzione del denaro ricevuto. Fra i venticinque e i trentacinque mila euro.
«Visti i
numeri – i dati più attendibili sono quelli dell’Organizzazione mondiale per le
migrazioni del 2017 -, e si parla di migliaia di donne, è, senza dubbio alcuno,
un traffico organizzato da una struttura internazionale», spiega a Left il
presidente di Piam onlus (Progetto
integrazione accoglienza migranti), Alberto Mossino, esperto di tratta,
scrittore (politicamente scorretto) sul tema, con all’attivo un premio John
Fante, e primo, in Italia, ad aver sperimentato, con successo, modi e percorsi
per l’accoglienza diffusa. Mossino continua: «Non è più il fenomeno degli anni
Novanta: la figura della madame, che gestiva le donne dal reclutamento fino
alla prostituzione nella terra di destinazione, è superata. Ormai, è un vero e
proprio affare mafioso».
A
confermarlo, sia l’ultimo rapporto sulla criminalità organizzata, elaborato
semestralmente dalla Direzione investigativa antimafia, che riconosce il
traffico nigeriano come associazione di stampo mafioso, sia la sua stessa
struttura. «Queste mafie transnazionali hanno capacità monetarie ed economiche
piuttosto consistenti, capacità logistiche di darsi controllo e di corruzione
politica: conoscono molto bene il sistema legislativo e come aggirarlo; hanno
precisi contatti italiani, anche con studi legali che, guarda caso, sono sempre
gli stessi per tutte le ragazze che vanno (indirizzate) a fare richiesta
d’asilo», precisa Mossino.
Che ci
sia un nucleo criminale ramificato, nuovo rispetto al passato, lo si scopre
anche dal differente assoggettamento schiavistico delle vittime. «Per questo
cambio di passo – dice Mossino -, se le vittime nel 2000 erano molto più
schiavizzate, sottoposte a un pressante controllo quotidiano, ora, il ricatto
per pagare il debito, ricadendo sulla famiglia d’origine, le ‘libera’ dal
puntuale dominio fisico e, seppure ugualmente oppresse, hanno più possibilità
di movimento».
In
concreto, «prima la madame picchiava la ragazza se non portava i soldi, adesso
questa prassi si è allentata perché l’organizzazione, appunto, permette, in
ogni momento, di rintracciarla e, soprattutto, di rivendicarsi sulla famiglia
in Nigeria», racconta il presidente di Piam. Secondo il quale, per fermare un
sistema internazionale ultraorganizzato, «bisogna colpire i trafficanti con
operazioni che non possono essere messe in atto solo dalle nostre procure,
peraltro ben funzionanti e le più temute in Europa, ma devono essere
strutturate a livello internazionale». Perché, aggiunge, «i nostri servizi
rispondono bene, la direzione è giusta, è la pressione che manda in burnout il
sistema italiano». E anche perché loro denunciano raramente. Immaginano
maledizioni conseguenti al tradimento del rito di magia nera. Nera come la prostituzione.
