Chi era Giulia Berna, prima (dimenticata) elettrice della storia
Di Gabriele
Lippi , Lettera Donna, 18 gennaio 2018
tutta la vita a lottare per la tutela delle donne sul luogo di lavoro». Marco
Severini, autore dei libro a lei dedicato, ci racconta la storia, ancora
attuale, di una maestra coraggiosa.
Il suffragio
universale è una conquista che l’Italia ha celebrato per la prima volta il 2
giugno 1946, durante il referendum istituzionale che mandò in soffitta la
Monarchia sostituendola con la Repubblica. Eppure c’è un gruppo di pioniere,
dieci donne marchigiane, che 40 anni prima ottennero il diritto di voto. A
guidarle c’era Giulia Berna, una maestra dimenticata con le sue compagne per 90
anni, che oggi rivive nel libro Giulia, la prima donna: Sulle protoelettrici
italiane ed europee (Marsilio, 160 pagine), scritto da Marco Severini, docente
di Storia contemporanea all’università di Macerata e presidente
dell’Associazione di Storia contemporanea.
«Noi ci battiamo da anni per riconoscere alle protoelettrici europee lo spazio
che meritano», spiega a LetteraDonna raccontando una storia troppo a lungo e
colpevolmente dimenticata. Perché «quella della civiltà umana è anche e soprattutto
la storia della discriminazione che l’uomo ha perpetrato nei confronti della
donna».
Una maestra coraggiosa, una donna nata povera e morta povera
protagonista della vicenda del 1906 che l’ha improvvisamente catapultata sul
proscenio nazionale in quanto protoelettrice.
Un’eccellenza italiana che in pochi conoscono.
Non c’è un caso precedente in Europa. Normalmente detesto la parola eccellenza,
viene abusata, ma forse in questo caso è corretto usarla. La vicenda del 1906
dura 10 mesi, ma lei passò tutta la vita a lottare per diritti come un equo
orario di lavoro, un giusto stipendio, il trattamento pensionistico, la tutela
delle donne sul luogo di lavoro. Ci sono state altre donne a livello nazionale,
particolarmente famose come Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Teresa
Labriola, ma non hanno mai ottenuto una cosa come il diritto di voto politico.
Perché è stata dimenticata?
Per due motivi. Il primo è che nel momento in cui tutti i giornali più importanti
del Paese parlavano di loro, queste donne non si mostravano in giro, non
concedevano interviste, continuavano la loro vita ordinaria. Poi c’è un’altra
ragione: dopo la guerra, i partiti ripresero la lotta, ma dal momento che nel
1906 non c’erano né la Dc né il Pc, Giulia Berna e le sue compagne vennero
derubricate a figure pioneristiche, ma non degne di essere ricordate.
Una brutto errore.
Un grave errore politico compiuto da chi deteneva l’80% del potere in Italia
e una miopia di carattere culturale. Tutto è degno di essere ricordato, ma deve
essere letto anche con gli occhi del tempo in cui avvenne la vicenda, quelli di
un Paese povero, arretrato, tradizionalista e maschilista.
Perché dedicare oggi un libro a questa vicenda?
Intanto perché la parità non è stata ancora ottenuta. Si sono fatti molti
passi in avanti ma per esempio esiste ancora il gap salariale. In secondo luogo
perché la Storia contemporanea valorizza in lungo e in largo il ‘900, ma ha
dimenticato l’800. E senza l’800 non si può capire il ‘900. Queste erano donne
cresciute in un contesto maschilista, ma lottavano per i loro diritti. Hanno
subito violenze e soprusi, ecco perché dedicare loro un libro nel 2018 è un
impegno tutt’altro che vano e sprecato.
Il loro esempio è ancora attuale?
Lo è, anche se vale il detto nemo propheta in patria. Giulia Berna è nata a
Senigallia, e a Senigallia, una città di 44 mila abitanti, non c’è neanche un
cartello che la ricordi. Solo a ottobre 2017 hanno voluto intitolare una via in
una frazione dimenticata che è l’unica in cui non ha insegnato. Avrebbero
potuto sforzarsi un po’ di più e dedicarle una strada più centrale.
Giulia e le sue nove compagne, alla fine, non votarono. E ci vollero altri
40 anni perché le donne italiane potessero andare alle urne. Perché così tanto
tempo?
Il tribunale che riconobbe quel diritto era presieduto da Lodovico Mortara,
uno dei più grandi giuristi d’Europa, ministro di Grazia e Giustizia e
vicepremier del governo Nitti, ebreo figlio del capo della comunità israelitica
di Mantova, una personalità moderna che venne ripudiata e messa al confino dal
regime fascista. E poi, perché in mezzo c’erano state due Guerre mondiali e il
regime fascista. Le guerre e l’autoritarismo sono da sempre i due principali
ostacoli per il cammino della democrazia e per l’emancipazione femminile in
particolare.
Resta il fatto che dovettero aspettare a lungo per esercitare un diritto che
era stato riconosciuto loro 40 anni prima.
E loro non fecero nessun clamore, nessuna scena di euforia. Votarono in modo
molto silenzioso e riservato.
passati 102 anni da quella sentenza. L’Italia oggi è un Paese dove le donne
hanno gli stessi diritti politici degli uomini?
No. Anche questo ha una motivazione di carattere storico. La società viene
divisa attraverso schemi, ma il mondo si divide anche tra coloro che le idee ce
l’hanno e coloro che le idee non le hanno. In età contemporanea le donne sono
state molto più originali degli uomini, ma quando negli Anni ’60 si avvicinarono
molto alle stanze dei bottoni, anziché intraprendere dei percorsi femminili per
gestire questo potere, fecero l’errore di emulare troppo gli uomini.
Oggi le donne italiane votano più o meno degli uomini?
Difficile generalizzare e dire che le donne votano più degli uomini,
possiamo dire però che la paura con cui i giudici di Firenze bocciarono
l’analoga richiesta delle donne toscane del 1906, ovvero che potessero formare
un governo a maggioranza femminile dando uno spettacolo indecoroso, è assolutamente
infondata. Non dobbiamo tenere una donna, una donna ha gli stessi identici
diritti e possibilità di un uomo.
Ormai siamo in campagna elettorale: quali sono le tematiche che interessano
maggiormente le donne?
Uno è certamente la parità effettiva nel mondo del lavoro e nella politica:
non abbiamo mai avuto un presidente della Repubblica, del Senato o del
Consiglio donna. Tre presidenti della Camera, ma in realtà hanno inciso
pochissimo in quegli che sono i ruoli di responsabilità, di potere e di
rappresentanza. In magistratura le donne sono entrate nel 1965, ma sono ancora
una forte minoranza. Ecco, credo che le donne vogliano essere protagoniste
della vita pubblica.
L’Italia è un Paese che ha bisogno delle quote rosa?
Da dieci anni mi occupo di storia di genere ed emancipazione femminile, e
sostengo l’esigenza delle quota rosa mentre la gente mi rideva dietro. Non
capisco perché il 50% delle istituzioni non possa essere in mano alle donne, di
cosa abbiamo paura? Oggi sono istruite e preparate quanto gli uomini. Ma le
vorrei far vedere le facce di francesi, americani, spagnoli e inglesi mentre io
lo dicevo 10 anni fa.
Perché ridevano?
Sia perché anche loro non riescono a capire e devono ricorrere spesso allo
strumento legislativo per riconoscere una cosa che è nella natura umana, sia
perché sono stati popoli anche paladini delle libertà che però hanno fatto
molta fatica ad accettare la presenza delle donne. I francesi ghigliottinarono
Olympe de Gouges perché nel 1791 scrisse La dichiarazione dei Diritti della
donna e del cittadino per rispondere a quella dell’Uomo e del cittadino di due
anni prima.
Insomma, tutto il mondo è paese.
Ed è una storia antica. La donna è stata confinata dentro la casa
nell’antichità greca, quando furono inventati il gineceo e la figura della prèfica,
che permetteva alle donne di uscire ma solo per andare a piangere, a pagamento,
ai funerali. Eppure senza le donne come Giulia Berna l’Italia avrebbe avuto una
grave crisi educativa nel XIX secolo. I maestri fuggirono in quanto
sottopagati, così furono aperte le Scuole normali, che poi divennero le
magistrali, per permettere alle donne di insegnare. Nel 1861 la maggioranza del
corpo docente era maschile, nel 1876 la maggioranza fu femminile, con la punta
del 70% alla fine del secolo, proprio quando De Amicis pubblicò Cuore.
