Indipendenza della Catalogna, le ripercussioni economiche sulla Spagna
3 Ottobre 2017
Madrid perderebbe 203 miliardi di Pil. Barcellona i finanziamenti pubblici. E le banche locali la licenza di operare. Anche per questo la Caixa, primo istituto dell’area, non s’è schierata sul referendum.

Dove ha fallito la politica, potrebbe (forse) riuscire l’economia. Nelle prossime ore Carles Puigdemont e tutta la Generalitat faranno partire la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Mariano Rajoy e il suo governo risponderanno con una stretta poliziesca più dura di quella che si è vista in questi giorni. Ma fatti questi passi, che potrebbero prolungarsi anche per alcune settimane, dovrebbe venire il momento del dialogo tra Barcellona e Madrid. E su questo versante si stanno già muovendo le imprese. Catalane, spagnole e internazionali.
Nelle scorse settimane il presidente della Ceoe, la locale Confindustria, Juan Rosell, ha proposto una mediazione al governo che passi attraverso quattro misure: il riconoscimento dell’identità; un nuovo patto fiscale per ridare alla regione l’autonomia fiscale sul modello di quello già concesso al Paese Basco; più investimenti e la possibilità di rappresentare la Regione nelle organizzazioni internazionali quanto nelle competizioni sportive.
IL PIL VALE IL 19% DI QUELLO SPAGNOLO. A ben guardare queste proposte vanno nella direzione di ripristinare lo statuto autonomo concesso da Zapatero e poi spazzato via dalla Corte Costituzionale proprio grazie a un ricorso presentato dai popolari di Rajoy. Ma il premier non può lasciarsi sfuggire questa occasione (magari delegando le trattativa alla sua vicepresidente Maria Soraya Saenz de Santamaria), non fosse altro per non riconoscere come interlocutori Puigdemont e gli altri politici indipendentisti. Senza contare che la Catalogna è troppo importante per l’economia spagnola e che la stessa economia catalana è a sua volta legata a doppio filo a quella iberica. La Regione ha registrato un Pil nel 2016 di poco più di 203 miliardi di euro, pari al 19% del valore complessivo del prodotto interno lordo spagnolo.
REDDITO PRO CAPITE SUPERIORE DI 7 MILA EURO. Il reddito pro capite in questo territorio è di 29.817 euro, oltre 7 mila euro in più rispetto a quello iberico. La disoccupazione è del 13,5%. La Catalogna ospita 609 mila imprese, anche sfruttando la sua posizione strategica tra il confine con la Francia e il suo affacciarsi sul Mediterraneo e da qui partano un quinto di tutte le esportazioni della penisola iberica. Che però sono sostenute anche dai circa 50 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno arrivano da Madrid e dagli 1,4 della programmazione di fondi europei. Se non bastasse, degli 1,107 miliardi di debito pubblico nazionale le istituzioni finanziarie catalane ne detengono almeno il 40%. In caso di secessione questi soldi, come i finanziamenti pubblici, andrebbero persi.
Anche per questo i vertici della Caixa – il primo istituto dell’area subito seguito dal Banco Sabadell – alle richieste di schierarsi sul referendum hanno risposto con un sonoro silenzio. Senza contare che, come nel 2015 quando a chiamare i catalani alle urne fu l’ex presidente Mas, la Confederazione Casse di Risparmio (Ceca) e l’Associazione della Banca (Aeb) hanno già fatto sapere che in caso di secessione deve essere «tutelato l’ordine costituzionale spagnolo e l’appartenenza alla zona euro di tutta la Spagna per proteggere i depositanti». Tradotto, gli istituti locali perderebbero la licenza per operare.
LA PROFEZIA DI DE GUINDOS. Tra Madrid e Barcellona gli incroci non si contano. Caixabank possiede partecipazioni anche in Telefonica, la più grande compagnia telefonica del Paese, e nell’ex colosso petrolifero di Stato, Repsol. Abertis Infraestructuras, che a breve dovrebbe fondersi con Atlantia SpA, ha sede a Barcellona ma gestisce concessioni stradali in tutta la Spagna. Idem per Gas Natural Sdg. Senza contare che alcune multinazionali come la Nestlé avrebbero già pronti piani – sul modello Brexit – per andare via in caso di caos. Avrebbe fatto pressioni per aprire le trattative anche la Bce. Secondo il giornale catalano El Mòn l’Eurotower avrebbe avvertito sia il governo di Madrid sia le banche catalane che in caso di secessione da un lato non potrà sostenere il debito pubblico iberico, dall’altro sarà costretto a mettere sotto vigilanza gli istituti della Generalitat. E a quel punto si materializzerebbe la profezia del ministro dell’Economia, Luis De Guindos, ex commissario Ue e quindi a conoscenza degli umori delle istituzioni europee, di un crollo del Pil di tutto il Paese pari anche al 30%.
