Libia: ENI tra ricatti libici e offensiva franco-russo-egiziana
17 Agosto 2017
La morsa attorno all’Italia si sta stringendo: Francia, Egitto, Russia intenzionati a mettere le mani sugli idrocarburi in Libia ma anche in Sudan. Ecco come

«Quando si vuol sferrare un attacco al nemico si deve essere sicuri di poter vincere» recita un antico proverbio nord-africano. La decisione presa dal Governo italiano di inviare le navi da guerra in Libia per bloccare le attività degli scafisti e i flussi migratori clandestini non solo è abortita sul nascere, ma ha messo il nostro Paese in una situazione estremamente difficile in Libia che mette a rischio lo strategico approvvigionamento energetico per la nostra economia, compromesso la nostra credibilità a livello internazionale e aumentato i pericoli di morte che quotidianamente corrono le migliaia di ‘disperati’ che tentano di raggiungere le nostre coste nella speranza di una vita migliore, come evidenziato da molti osservatori.
Il vero obiettivo di questa improvvisa dimostrazione di forza militare era quello di contrastare la politica del Presidente Emmanuel Macron che, nel Nord Africa, è tesa a escludere ogni influenza politica e opportunità economica italiana in Libia, Paese strategico e principale produttore regionale di petrolio e gas naturale. Una politica ideata dal Governo di Nicolas Sarkozy e continuata da François Hollande e ora da Macron.
L’intervento NATO del 2011 distrusse uno Stato forte, ricco, sovrano e per questo scomodo. Un Paese amico dell’Italia, che ci assicurava il quasi monopolio sugli idrocarburi, ottimi opportunità d’affari, e finanziamenti diretti del Colonnello Muammar Gheddafi in molti settori economici italiani tra cui importanti multinazionali quali Finmeccanica e Impregilo. Questa Nazione indipendente, leader in Africa, venne soppiantata da un Paese nel prevedibile caos generato dalle varie fazioni e clan in lotta per il potere, favorendo l’infiltrazione terroristica del ISIS. Per cinque anni i francesi hanno studiato la situazione per individuare il nuovo uomo forte, mentre migliaia di giovani libici, privati di futuro e pace, si scannavano tra di loro per i sogni di gloria dei rispettivi Signori della Guerra.
Finalmente Parigi individua l’uomo forte nel Generale Khalifa Haftar. Si decide di armarlo, riempirlo di soldi, offrirgli il supporto politico necessario per renderlo accettabile alla comunità internazionale, creando dall’esterno le condizioni ideali per ricostituire un Governo centrale forte ma, questa volta, sotto controllo francese. Un piano supportato anche da Russia, Egitto e varie monarchie della Penisola Araba. L’attuale politica di Parigi in Libia tende ad infliggere un colpo mortale alla multinazionale petrolifera italiana ENI, sempre più in crisi in Africa.
Dopo il clamoroso fallimento in Uganda del 2007, quando il Presidente Yoweri Museveni bloccò la scalata di ENI sui giacimenti petroliferi scoperti (definiti l’affare del decennio), proprio a causa della partecipazione azionaria del Colonnello Muhammar Gheddafi non dichiarata al Governo ugandese, ENI è stata coinvolta in una serie di scandali di corruzione in Nigeria sui quali la Magistratura italiana sta ancora indagando. Pesanti accuse sono state sollevate da associazioni ambientalistiche nigeriane e internazionali contro il ‘cane a sette zampe’ reo di aver causato ingenti e irreparabili danni ambientali per la forsennata ricerca del profitto. Paolo Scaroni, Amministratore delegato di ENEL e ENI, si fece carico delle accuse di corruzione e crimini ambientali, evitando che la multinazionale italiana pagasse in prima persona e risarcisse governi e cittadini africani qualora fosse stata riconosciuta colpevole da un tribunale internazionale. Nel 2014 Scaroni fu condannato a tre anni di prigione e all’interdizione a ricoprire cariche presso uffici pubblici. Non risulta che l’Amministratore delegato di ENEL e ENI abbia mai scontato la pena. Nel 2015 viene assolto per mancanza di prove dall’accusa di una presunta tangente pagata ad esponenti del Governo algerino per favorire la controllata SAIPEM e ENI in appalti da 11 miliardi di dollari.
Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).
La Cirenaica, che si estende nella Libia orientale, è amministrata dal Governo detto ‘transitorio’, non riconosciuto al livello internazionale, con sede ad al Baida, tra Bengasi e Tobruk, guidato dall’ex premier Abdullah al Thinni. L’Esecutivo è fedele al comandante Khalifa Haftar, nominato ‘feldmaresciallo’ dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, il Parlamento libico nato nel 2014. Ieri è stato reso noto che questo Governo di Tobruk, ha annunciato di aver vietato l’operatività alle imprese italiane presenti sul territorio di sua competenza, la Cirenaica, sarà vietato loro di ottenere nuovi contratti, di estendere quelli in essere e di costituire joint venture con aziende locali. Il Ministero dell’Economia del Governo transitorio libico ha emanato una risoluzione per impedire alle società italiane di lavorare o di creare imprese congiunte italo-libiche sul suo territorio. Il Ministro Munir Asar ha spiegato all’agenzia di stampa ‘Lana’ che la risoluzione numero 37 del 14 agosto è stata presa a causa «dell’aperta ostilità dell’Italia verso il popolo libico». Secondo Asar, «I nostri amici che sono al nostro fianco durante questa crisi hanno più diritto a una partnership economica», e che «la tecnologia non è monopolio degli italiani». Il Governo italiano è avvisato.Dinnanzi alla spaccatura all’interno del suo Governo causata dall’annuncio della missione navale italiana, il leader islamico Fayez al-Serraj, accusato di essere una marionetta di Roma e di intese con gruppi terroristici salafisti, ha tentato di salvare la coesione interna al Governo (indebolita proprio dall’invio di navi di guerra italiane) e di contrastare il suo rivale, il Generale Haftar, impedendo di fatto all’Italia la missione. Fayez al-Serraj ha infatti ordinato alle forze sotto suo controllo della guardia costiera di attivarsi nella lotta contro gli scafisti, dopo anni di collaborazione e connivenze.
Serraj ora promuove la politica del pugno di ferro contro l’immigrazione clandestina dalle coste libiche sotto il suo controllo. Questa politica non è rivolta direttamente contro gli scafisti, ma contro le ONG internazionali che salvano gli immigrati. Questa mossa tattica ha fatto abortire sul nascere l’avventura militare italiana in Libia, mentre Serraj tenta di dimostrare alla comunità internazionale di aver ancora il controllo del territorio e di essere in grado di bloccare le partenze di immigrati.
Secondo fonti libiche protette, il leader islamico di Tripoli in questi giorni avrebbe contattato il Governo italiano chiedendo cospicui finanziamenti per continuare la guerra contro l’immigrazione clandestina, minacciando, in caso di mancato accoglimento delle richieste, di fermare i pattugliamenti della guardia costiera, lasciando agli scafisti la libertà di azione. Le notizie giunte da Tripoli della richiesta di finanziamenti italiani non trovano conferme presso le nostre Autorità. Trapela solo che ci sono intense trattative con quello che resta degli alleati italiani in Libia -Serraj e le tribù beduine del sud- per raggiungere accordi dei quali al momento non si conoscono i dettagli.
Gli accordi dovrebbero riguardare i flussi migratori ma, sopratutto come controbilanciare la politica fagocitante della Francia che compromette direttamente gli interessi ENI. Gli alleati libici hanno tutto l’interesse ad assecondare il nostro Governo. Entrambi sarebbero spazzati via dalle milizie del Generale Haftar, determinato a prendere il potere su tutta la Libia. Gli interessi geo-strategici ed economici italiani sono ‘aggrappati’ solo ad alcune fazioni del complicato scacchiere bellico libico, deboli e in grave difficoltà, e questo è il vero problema di Roma.
Ben più aperta, palese e teatrale la richiesta fatta al Governo italiano dal Generale Haftar, ormai l’uomo forte della Libia grazie al sostegno francese e agli errori italiani. La richiesta non è stata fatta direttamente a Roma, ma attraverso dichiarazioni e interviste rilasciate a dei giornalisti europei e italiani. Il Generale Haftar si dichiara capace di bloccare i flussi migratori dalla Libia, ma chiede un assegno estremamente oneroso di decine di miliardi di euro per il servizio. Con esplicito riferimento al trattato anti-immigrazione firmato tra Unione Europea e Turchia, Haftar ne chiede uno analogo. Il trattato firmato con Ankara prevede che l’Unione Europea paghi Recep Tayyip Erdogan per il suo impegno contro l’immigrazione clandestina. Dalla Turchia giungono in Europa profughi prevalentemente siriani. Inutile sottolineare che la Turchia è uno tra i principali Paesi coinvolti (assieme ad Arabia Saudita, Israele, Iran e Russia) nella guerra civile in Siria. Nel trattato non si accenna alle comprovate connivenze e i supporti turchi ai gruppi terroristi salafisti (tra cui il ISIS) operativi in Siria contro il Governo al-Assad, alla terribile repressione interna verso ogni forma di dissenso, nè della guerra di sterminio contro la minoranza curda.
Haftar rafforza la sua richiesta di denaro contante affermando una triste realtà, ben nota al nostro Governo: Serraj è un politico finito, protetto da un esercito debole e diviso, in disperata ricerca di consenso internazionale e soldi. Con questa affermazione il Generale Haftar lancia all’Italia un messaggio chiaro: ‘state puntando sul cavallo sbagliato’.
Una collaborazione tra Roma e Haftar sembra irrealistica. Il leader laico libico è notoriamente avverso all’Italia in quanto appoggiato da potenze estere anch’esse avverse a Roma: Francia, Russia, Egitto e dalle monarchie arabe, che storicamente considerano il peso internazionale dell’Italia vicino allo zero, anche se non disdegnano di comprare a buon mercato le nostre armi che finiscano in mano ai terroristi salafisti o che vengano utilizzate nella guerra dimenticata nello Yemen.
Il Governo de Il Cairo sembra particolarmente avverso all’Italia e non perde occasione per creare incidenti diplomatici. Rimane ancora in alto mare l’omicidio di Giulio Regeni. Le autorità egiziane hanno promesso di consegnare i video delle camere di sicurezza della metropolitana che potrebbero identificare le persone che hanno contattato Regeni prima del suo rapimento. Questa promessa è stata sufficiente per far ritornare l’Ambasciatore italiano al Cairo. Come nel caso dei flussi migratori, anche il ritorno dell’Ambasciatore non sarebbe legato alle timide aperture del Governo egiziano sul caso Regeni, ma alla drammatica situazione in cui l’Italia si trova in Libia. Ad affermarlo, tra gli altri, in questi giorni, il Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato. Manconi teme che il caso di Giulio Regeni sia destinato ad essere messo da parte, dimenticato, come altri casi di italiani direttamente o indirettamente coinvolti in torbide vicende politiche, non ultimo il caso delle tre suore italiane brutalmente trucidate nel settembre 2014 in Burundi. Tutte le indagini fatte da giornalisti burundesi portano a un omicidio di Stato ordinato dal dittatore Pierre Nkurunziza. Una inchiesta è stata aperta presso la Procura di Parma tre anni fa e nessuno ne conosce gli sviluppi, mentre il Governo italiano sembra essersi dimenticato di questo massacro. Notizie al momento confuse e non confermate segnalano che un avvocato belga sia in procinto di rivelare le prove dei mandanti di questo brutale omicidio di Stato, dove vi sarebbero implicati attori non solo burundesi. Ad avvalorare i timori di Manconi sui rischi dell’insabbiamento del caso Regeri giunge la doccia fredda delle rivelazioni fatte dal prestigioso quotidiano ‘New York Times’ che hanno creato estremo imbarazzo al Governo italiano.
Le considerazioni di Manconi che la ripresa delle relazioni diplomatiche con il regime del Generale al–Sisi siano legate alla Libia, trovano conferme a livello internazionale. Si ha il sospetto che il Governo italiano, nel disperato tentativo di ribaltare la situazione in Libia -situazione che rischia di privare il Paese di importanti fonti energetiche- stia tentando di farsi nuovamente ‘amico’ il Generale al–Sisi, il quale, come si sa, ha grande influenza sul Generale Haftar. Le recenti conquiste militari di Haftar che hanno permesso il controllo di Bengasi e della Tripolitania sono state possibile grazie al diretto sostegno dell’Esercito egiziano. Difficile prevedere quali possibilità di successo abbia la mossa italiana, Il Cairo al momento sembra intenzionato a continuare la sua politica in stretta collaborazione con Parigi e Mosca per stringere il nostro Paese in una via senza uscita sia in Libia che in Sudan.
Grazie alle manovre diplomatiche russe ed egiziane rivolte al Governo di Khartoum, controllato da Omar al-Bashir, anche gli accordi tra il Governo italiano e le tribù Tuareg del sud della Libia, Fezzan (storicamente dedite a schiavismo, traffico di droga e armi), potrebbero venire compromessi, come compromesso rischia di essere il complicato ma geniale lavoro diplomatico svolto negli ultimi cinque anni da due nostri Ambasciatori a Khartoum per trasformare il Sudan da nemico ad alleato europeo, nonostante che sul leader sudanese penda un mandato di arresto internazionale spiccato da CPI per crimini contro l’umanità commessi nella guerra civile del Darfur.
Le attività italiane dei due Ambasciatori, Armando Barucco e Fabrizio Lobasso, in concerto con la Farnesina, hanno anche supportato il Dialogo Nazionale di Pace proposto dal Presidente Bashir. Un dialogo in parte rifiutato dall’opposizione che lo individua come uno stratagemma del regime per mantenere il potere. Nelle intenzioni italiane il Dialogo Nazionale di Pace è uno strumento idoneo per una pacifica transizione di potere. La diplomazia di Barucco e Lobasso potrebbe favorire oltre che la distensione regionale anche un ritorno di ENI nel Paese. La sua presenza risale al 1959, quando fu fondata la AgipSudan Ltd. La multinazionale italiana, secondo quotidiani locali di opposizione, sarebbe interessata a ritornare nel mercato petrolifero sudanese (assai ridotto dopo la scissione del sud) nelle zone desertiche vicino al confine con la Libia. Le notizie al momento non trovano riscontri oggettivi e quindi devono essere prese con il beneficio del dubbio.
Le attività diplomatiche italiane in Sudan non sono state esenti da ‘effetti collaterali’. Nel settembre 2016, Musa Ibrahim, noto attivista sudanese per i diritti umani che vive in Italia ha denunciato alla stampa internazionale il rimpatrio forzato di 48 sudanesi attuato dal Governo italiano. La deportazione forzata rientrava nei accordi Roma Khartoum firmati nell’agosto dello stesso anno. Questi accordi furono firmati dal capo della Poliza Franco Gabrielli e dal Direttore Generale della Polizia sudanese Hashim Osman Al Hussein nel quadro della cooperazione anti migrazione tra Unione Europea e Sudan.
L’unico neo dell’accordo è il Generale Hashim Osman, fedele del regime, sospettato di essere l’origine del grave deterioramento dei diritti umani in Sudan, nonostante l’ingannevole apertura dimostrata dal regime. Alle accuse di Musa Ibrahim, supportate anche da Amnesty International, Angelino Alfano rispose che non si poteva individuare alcuna violazione dei diritti umani. «Il rimpatrio dei sudanesi è avvenuto nel pieno rispetto di un accordo tra la polizia italiana e quella del Sudan», comandata purtroppo dal Generale Hasmin Osman.
I giacimenti ENI del Fezzan sono ora in serio pericolo. La morsa attorno all’Italia si sta stringendo.
Domenica scorsa il Generale Haftar, durante un incontro di alto livello a Mosca, ha affermato la volontà di continuare la guerra per controllare l’intero territorio nazionale. Haftar parla di lotta contro il terrorismo, ma chiari sono i riferimenti al Governo di Tripoli e alle tribù del Sud. A questi avversari Haftar sembra voler lasciare la scelta di piegarsi alla sua volontà riconoscendolo come leader indiscusso o essere spazzati via dalle sue milizie organizzate come un esercito nazionale, disciplinato e ben armato grazie agli arsenali militari di Gheddafi e alle armi francesi e russe. Un esercito che gode del supporto logistico e politico di Parigi e Mosca, due potenze che non possono essere contrastate dalla debole Italia. il Ministro degli Esteri russo lancia un pesante monito a Roma senza nominarla, chiarendo che la Russia non accetterà alcuna mediazione o compromesso promossi da singoli Paesi. Secondo Mosca solo le Nazioni Unite possono svolgere questo compito. Eppure il Governo russo ha appoggiato le recenti mosse unilaterali di Macron verso una riconciliazione di facciata tra Serraj e Haftar a tutto vantaggio di quest’ultimo
Mosca agisce per raggiungere due obiettivi ben precisi. Escludere l’Italia dallo sfruttamento del petrolio e del gas libici e diminuire l’influenza politica e le future possibilità economiche italiane in Sudan. Il primo obiettivo è condotto in stretta collaborazione con la Francia. Il secondo con l’Egitto. Il prezzo del sostegno russo adLa morsa attorno all’Italia si sta stringendo: Francia, Egitto, Russia intenzionati a mettere le mani sugli idrocarburi in Libia ma anche in Sudan. Ecco come
«Quando si vuol sferrare un attacco al nemico si deve essere sicuri di poter vincere» recita un antico proverbio nord-africano. La decisione presa dal Governo italiano di inviare le navi da guerra in Libia per bloccare le attività degli scafisti e i flussi migratori clandestini non solo è abortita sul nascere, ma ha messo il nostro Paese in una situazione estremamente difficile in Libia che mette a rischio lo strategico approvvigionamento energetico per la nostra economia, compromesso la nostra credibilità a livello internazionale e aumentato i pericoli di morte che quotidianamente corrono le migliaia di ‘disperati’ che tentano di raggiungere le nostre coste nella speranza di una vita migliore, come evidenziato da molti osservatori.
Il vero obiettivo di questa improvvisa dimostrazione di forza militare era quello di contrastare la politica del Presidente Emmanuel Macron che, nel Nord Africa, è tesa a escludere ogni influenza politica e opportunità economica italiana in Libia, Paese strategico e principale produttore regionale di petrolio e gas naturale. Una politica ideata dal Governo di Nicolas Sarkozy e continuata da François Hollande e ora da Macron.
L’intervento NATO del 2011 distrusse uno Stato forte, ricco, sovrano e per questo scomodo. Un Paese amico dell’Italia, che ci assicurava il quasi monopolio sugli idrocarburi, ottimi opportunità d’affari, e finanziamenti diretti del Colonnello Muammar Gheddafi in molti settori economici italiani tra cui importanti multinazionali quali Finmeccanica e Impregilo. Questa Nazione indipendente, leader in Africa, venne soppiantata da un Paese nel prevedibile caos generato dalle varie fazioni e clan in lotta per il potere, favorendo l’infiltrazione terroristica del ISIS. Per cinque anni i francesi hanno studiato la situazione per individuare il nuovo uomo forte, mentre migliaia di giovani libici, privati di futuro e pace, si scannavano tra di loro per i sogni di gloria dei rispettivi Signori della Guerra.
Finalmente Parigi individua l’uomo forte nel Generale Khalifa Haftar. Si decide di armarlo, riempirlo di soldi, offrirgli il supporto politico necessario per renderlo accettabile alla comunità internazionale, creando dall’esterno le condizioni ideali per ricostituire un Governo centrale forte ma, questa volta, sotto controllo francese. Un piano supportato anche da Russia, Egitto e varie monarchie della Penisola Araba. L’attuale politica di Parigi in Libia tende ad infliggere un colpo mortale alla multinazionale petrolifera italiana ENI, sempre più in crisi in Africa.
Dopo il clamoroso fallimento in Uganda del 2007, quando il Presidente Yoweri Museveni bloccò la scalata di ENI sui giacimenti petroliferi scoperti (definiti l’affare del decennio), proprio a causa della partecipazione azionaria del Colonnello Muhammar Gheddafi non dichiarata al Governo ugandese, ENI è stata coinvolta in una serie di scandali di corruzione in Nigeria sui quali la Magistratura italiana sta ancora indagando. Pesanti accuse sono state sollevate da associazioni ambientalistiche nigeriane e internazionali contro il ‘cane a sette zampe’ reo di aver causato ingenti e irreparabili danni ambientali per la forsennata ricerca del profitto. Paolo Scaroni, Amministratore delegato di ENEL e ENI, si fece carico delle accuse di corruzione e crimini ambientali, evitando che la multinazionale italiana pagasse in prima persona e risarcisse governi e cittadini africani qualora fosse stata riconosciuta colpevole da un tribunale internazionale. Nel 2014 Scaroni fu condannato a tre anni di prigione e all’interdizione a ricoprire cariche presso uffici pubblici. Non risulta che l’Amministratore delegato di ENEL e ENI abbia mai scontato la pena. Nel 2015 viene assolto per mancanza di prove dall’accusa di una presunta tangente pagata ad esponenti del Governo algerino per favorire la controllata SAIPEM e ENI in appalti da 11 miliardi di dollari.
Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).
La Cirenaica, che si estende nella Libia orientale, è amministrata dal Governo detto ‘transitorio’, non riconosciuto al livello internazionale, con sede ad al Baida, tra Bengasi e Tobruk, guidato dall’ex premier Abdullah al Thinni. L’Esecutivo è fedele al comandante Khalifa Haftar, nominato ‘feldmaresciallo’ dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, il Parlamento libico nato nel 2014. Ieri è stato reso noto che questo Governo di Tobruk, ha annunciato di aver vietato l’operatività alle imprese italiane presenti sul territorio di sua competenza, la Cirenaica, sarà vietato loro di ottenere nuovi contratti, di estendere quelli in essere e di costituire joint venture con aziende locali. Il Ministero dell’Economia del Governo transitorio libico ha emanato una risoluzione per impedire alle società italiane di lavorare o di creare imprese congiunte italo-libiche sul suo territorio. Il Ministro Munir Asar ha spiegato all’agenzia di stampa ‘Lana’ che la risoluzione numero 37 del 14 agosto è stata presa a causa «dell’aperta ostilità dell’Italia verso il popolo libico». Secondo Asar, «I nostri amici che sono al nostro fianco durante questa crisi hanno più diritto a una partnership economica», e che «la tecnologia non è monopolio degli italiani». Il Governo italiano è avvisato.Dinnanzi alla spaccatura all’interno del suo Governo causata dall’annuncio della missione navale italiana, il leader islamico Fayez al-Serraj, accusato di essere una marionetta di Roma e di intese con gruppi terroristici salafisti, ha tentato di salvare la coesione interna al Governo (indebolita proprio dall’invio di navi di guerra italiane) e di contrastare il suo rivale, il Generale Haftar, impedendo di fatto all’Italia la missione. Fayez al-Serraj ha infatti ordinato alle forze sotto suo controllo della guardia costiera di attivarsi nella lotta contro gli scafisti, dopo anni di collaborazione e connivenze.
Serraj ora promuove la politica del pugno di ferro contro l’immigrazione clandestina dalle coste libiche sotto il suo controllo. Questa politica non è rivolta direttamente contro gli scafisti, ma contro le ONG internazionali che salvano gli immigrati. Questa mossa tattica ha fatto abortire sul nascere l’avventura militare italiana in Libia, mentre Serraj tenta di dimostrare alla comunità internazionale di aver ancora il controllo del territorio e di essere in grado di bloccare le partenze di immigrati.
Secondo fonti libiche protette, il leader islamico di Tripoli in questi giorni avrebbe contattato il Governo italiano chiedendo cospicui finanziamenti per continuare la guerra contro l’immigrazione clandestina, minacciando, in caso di mancato accoglimento delle richieste, di fermare i pattugliamenti della guardia costiera, lasciando agli scafisti la libertà di azione. Le notizie giunte da Tripoli della richiesta di finanziamenti italiani non trovano conferme presso le nostre Autorità. Trapela solo che ci sono intense trattative con quello che resta degli alleati italiani in Libia -Serraj e le tribù beduine del sud- per raggiungere accordi dei quali al momento non si conoscono i dettagli.
Gli accordi dovrebbero riguardare i flussi migratori ma, sopratutto come controbilanciare la politica fagocitante della Francia che compromette direttamente gli interessi ENI. Gli alleati libici hanno tutto l’interesse ad assecondare il nostro Governo. Entrambi sarebbero spazzati via dalle milizie del Generale Haftar, determinato a prendere il potere su tutta la Libia. Gli interessi geo-strategici ed economici italiani sono ‘aggrappati’ solo ad alcune fazioni del complicato scacchiere bellico libico, deboli e in grave difficoltà, e questo è il vero problema di Roma.
Ben più aperta, palese e teatrale la richiesta fatta al Governo italiano dal Generale Haftar, ormai l’uomo forte della Libia grazie al sostegno francese e agli errori italiani. La richiesta non è stata fatta direttamente a Roma, ma attraverso dichiarazioni e interviste rilasciate a dei giornalisti europei e italiani. Il Generale Haftar si dichiara capace di bloccare i flussi migratori dalla Libia, ma chiede un assegno estremamente oneroso di decine di miliardi di euro per il servizio. Con esplicito riferimento al trattato anti-immigrazione firmato tra Unione Europea e Turchia, Haftar ne chiede uno analogo. Il trattato firmato con Ankara prevede che l’Unione Europea paghi Recep Tayyip Erdogan per il suo impegno contro l’immigrazione clandestina. Dalla Turchia giungono in Europa profughi prevalentemente siriani. Inutile sottolineare che la Turchia è uno tra i principali Paesi coinvolti (assieme ad Arabia Saudita, Israele, Iran e Russia) nella guerra civile in Siria. Nel trattato non si accenna alle comprovate connivenze e i supporti turchi ai gruppi terroristi salafisti (tra cui il ISIS) operativi in Siria contro il Governo al-Assad, alla terribile repressione interna verso ogni forma di dissenso, nè della guerra di sterminio contro la minoranza curda.
Haftar rafforza la sua richiesta di denaro contante affermando una triste realtà, ben nota al nostro Governo: Serraj è un politico finito, protetto da un esercito debole e diviso, in disperata ricerca di consenso internazionale e soldi. Con questa affermazione il Generale Haftar lancia all’Italia un messaggio chiaro: ‘state puntando sul cavallo sbagliato’.
Una collaborazione tra Roma e Haftar sembra irrealistica. Il leader laico libico è notoriamente avverso all’Italia in quanto appoggiato da potenze estere anch’esse avverse a Roma: Francia, Russia, Egitto e dalle monarchie arabe, che storicamente considerano il peso internazionale dell’Italia vicino allo zero, anche se non disdegnano di comprare a buon mercato le nostre armi che finiscano in mano ai terroristi salafisti o che vengano utilizzate nella guerra dimenticata nello Yemen.
Il Governo de Il Cairo sembra particolarmente avverso all’Italia e non perde occasione per creare incidenti diplomatici. Rimane ancora in alto mare l’omicidio di Giulio Regeni. Le autorità egiziane hanno promesso di consegnare i video delle camere di sicurezza della metropolitana che potrebbero identificare le persone che hanno contattato Regeni prima del suo rapimento. Questa promessa è stata sufficiente per far ritornare l’Ambasciatore italiano al Cairo. Come nel caso dei flussi migratori, anche il ritorno dell’Ambasciatore non sarebbe legato alle timide aperture del Governo egiziano sul caso Regeni, ma alla drammatica situazione in cui l’Italia si trova in Libia. Ad affermarlo, tra gli altri, in questi giorni, il Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato. Manconi teme che il caso di Giulio Regeni sia destinato ad essere messo da parte, dimenticato, come altri casi di italiani direttamente o indirettamente coinvolti in torbide vicende politiche, non ultimo il caso delle tre suore italiane brutalmente trucidate nel settembre 2014 in Burundi. Tutte le indagini fatte da giornalisti burundesi portano a un omicidio di Stato ordinato dal dittatore Pierre Nkurunziza. Una inchiesta è stata aperta presso la Procura di Parma tre anni fa e nessuno ne conosce gli sviluppi, mentre il Governo italiano sembra essersi dimenticato di questo massacro. Notizie al momento confuse e non confermate segnalano che un avvocato belga sia in procinto di rivelare le prove dei mandanti di questo brutale omicidio di Stato, dove vi sarebbero implicati attori non solo burundesi. Ad avvalorare i timori di Manconi sui rischi dell’insabbiamento del caso Regeri giunge la doccia fredda delle rivelazioni fatte dal prestigioso quotidiano ‘New York Times’ che hanno creato estremo imbarazzo al Governo italiano.
Le considerazioni di Manconi che la ripresa delle relazioni diplomatiche con il regime del Generale al–Sisi siano legate alla Libia, trovano conferme a livello internazionale. Si ha il sospetto che il Governo italiano, nel disperato tentativo di ribaltare la situazione in Libia -situazione che rischia di privare il Paese di importanti fonti energetiche- stia tentando di farsi nuovamente ‘amico’ il Generale al–Sisi, il quale, come si sa, ha grande influenza sul Generale Haftar. Le recenti conquiste militari di Haftar che hanno permesso il controllo di Bengasi e della Tripolitania sono state possibile grazie al diretto sostegno dell’Esercito egiziano. Difficile prevedere quali possibilità di successo abbia la mossa italiana, Il Cairo al momento sembra intenzionato a continuare la sua politica in stretta collaborazione con Parigi e Mosca per stringere il nostro Paese in una via senza uscita sia in Libia che in Sudan.
Grazie alle manovre diplomatiche russe ed egiziane rivolte al Governo di Khartoum, controllato da Omar al-Bashir, anche gli accordi tra il Governo italiano e le tribù Tuareg del sud della Libia, Fezzan (storicamente dedite a schiavismo, traffico di droga e armi), potrebbero venire compromessi, come compromesso rischia di essere il complicato ma geniale lavoro diplomatico svolto negli ultimi cinque anni da due nostri Ambasciatori a Khartoum per trasformare il Sudan da nemico ad alleato europeo, nonostante che sul leader sudanese penda un mandato di arresto internazionale spiccato da CPI per crimini contro l’umanità commessi nella guerra civile del Darfur.
Le attività italiane dei due Ambasciatori, Armando Barucco e Fabrizio Lobasso, in concerto con la Farnesina, hanno anche supportato il Dialogo Nazionale di Pace proposto dal Presidente Bashir. Un dialogo in parte rifiutato dall’opposizione che lo individua come uno stratagemma del regime per mantenere il potere. Nelle intenzioni italiane il Dialogo Nazionale di Pace è uno strumento idoneo per una pacifica transizione di potere. La diplomazia di Barucco e Lobasso potrebbe favorire oltre che la distensione regionale anche un ritorno di ENI nel Paese. La sua presenza risale al 1959, quando fu fondata la AgipSudan Ltd. La multinazionale italiana, secondo quotidiani locali di opposizione, sarebbe interessata a ritornare nel mercato petrolifero sudanese (assai ridotto dopo la scissione del sud) nelle zone desertiche vicino al confine con la Libia. Le notizie al momento non trovano riscontri oggettivi e quindi devono essere prese con il beneficio del dubbio.
Le attività diplomatiche italiane in Sudan non sono state esenti da ‘effetti collaterali’. Nel settembre 2016, Musa Ibrahim, noto attivista sudanese per i diritti umani che vive in Italia ha denunciato alla stampa internazionale il rimpatrio forzato di 48 sudanesi attuato dal Governo italiano. La deportazione forzata rientrava nei accordi Roma Khartoum firmati nell’agosto dello stesso anno. Questi accordi furono firmati dal capo della Poliza Franco Gabrielli e dal Direttore Generale della Polizia sudanese Hashim Osman Al Hussein nel quadro della cooperazione anti migrazione tra Unione Europea e Sudan.
L’unico neo dell’accordo è il Generale Hashim Osman, fedele del regime, sospettato di essere l’origine del grave deterioramento dei diritti umani in Sudan, nonostante l’ingannevole apertura dimostrata dal regime. Alle accuse di Musa Ibrahim, supportate anche da Amnesty International, Angelino Alfano rispose che non si poteva individuare alcuna violazione dei diritti umani. «Il rimpatrio dei sudanesi è avvenuto nel pieno rispetto di un accordo tra la polizia italiana e quella del Sudan», comandata purtroppo dal Generale Hasmin Osman.
I giacimenti ENI del Fezzan sono ora in serio pericolo. La morsa attorno all’Italia si sta stringendo.
Domenica scorsa il Generale Haftar, durante un incontro di alto livello a Mosca, ha affermato la volontà di continuare la guerra per controllare l’intero territorio nazionale. Haftar parla di lotta contro il terrorismo, ma chiari sono i riferimenti al Governo di Tripoli e alle tribù del Sud. A questi avversari Haftar sembra voler lasciare la scelta di piegarsi alla sua volontà riconoscendolo come leader indiscusso o essere spazzati via dalle sue milizie organizzate come un esercito nazionale, disciplinato e ben armato grazie agli arsenali militari di Gheddafi e alle armi francesi e russe. Un esercito che gode del supporto logistico e politico di Parigi e Mosca, due potenze che non possono essere contrastate dalla debole Italia. il Ministro degli Esteri russo lancia un pesante monito a Roma senza nominarla, chiarendo che la Russia non accetterà alcuna mediazione o compromesso promossi da singoli Paesi. Secondo Mosca solo le Nazioni Unite possono svolgere questo compito. Eppure il Governo russo ha appoggiato le recenti mosse unilaterali di Macron verso una riconciliazione di facciata tra Serraj e Haftar a tutto vantaggio di quest’ultimo
Mosca agisce per raggiungere due obiettivi ben precisi. Escludere l’Italia dallo sfruttamento del petrolio e del gas libici e diminuire l’influenza politica e le future possibilità economiche italiane in Sudan. Il primo obiettivo è condotto in stretta collaborazione con la Francia. Il secondo con l’Egitto. Il prezzo del sostegno russo ad Haftar, oltre agli idrocarburi è l’autorizzazione all’apertura di una base navale a Bengasi che agirebbe in concerto con quella russa in Siria per il controllo di parte del Mediterraneo e del Mar Rosso. Un controllo rafforzato dai altri due alleati russi: l’Egitto, che ha la podestà sul Canale di Suez, e l’Iran, che già controlla parte del Mar Rosso con la sua marina militare. Rumors parlano di un piano russo per rafforzare la marina militare iraniana con nuove unità navali.
L’avventura militare italiana in Libia, tesa a ‘spaventare’ i concorrenti francesi e frenare il loro progetto di dominio sul Paese nord africano, è di fatto morta sul nascere. Ora l’Italia si trova in balia dei ricatti dei ‘Signori della guerra libici’, mentre l’ENI perde terreno e rischia, in un prossimo futuro, di essere esclusa dal florido mercato libico degli idrocarburi, così come gli imprenditori italiani potrebbero essere esclusi dall’altrettanto succulento mercato edile legato alla ricostruzione del Paese. Haftar, oltre agli idrocarburi è l’autorizzazione all’apertura di una base navale a Bengasi che agirebbe in concerto con quella russa in Siria per il controllo di parte del Mediterraneo e del Mar Rosso. Un controllo rafforzato dai altri due alleati russi: l’Egitto, che ha la podestà sul Canale di Suez, e l’Iran, che già controlla parte del Mar Rosso con la sua marina militare. Rumors parlano di un piano russo per rafforzare la marina militare iraniana con nuove unità navali.
L’avventura militare italiana in Libia, tesa a ‘spaventare’ i concorrenti francesi e frenare il loro progetto di dominio sul Paese nord africano, è di fatto morta sul nascere. Ora l’Italia si trova in balia dei ricatti dei ‘Signori della guerra libici’, mentre l’ENI perde terreno e rischia, in un prossimo futuro, di essere esclusa dal florido mercato libico degli idrocarburi, così come gli imprenditori italiani potrebbero essere esclusi dall’altrettanto succulento mercato edile legato alla ricostruzione del Paese.
