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In Polonia finisce lo Stato di diritto. E l’Ue può fare poco

21 Luglio 2017

Il sistema giudiziario è da ora sotto controllo del governo. Bruxelles è pronta a invocare l’art. 7, che può togliere il diritto di voto. Ma l’Ungheria metterà il veto. E la speranza è nei polacchi che sognano ancora la democrazia.

Le rose bianche simbolo della protesta a un tratto sono sembrate avvizzite, le lacrime hanno iniziato a rigare i volti, i piedi a pestare sulle barriere di metallo messe a protezione del parlamento. Il 20 luglio, mentre a migliaia manifestavano davanti alla Sejm, la Camera bassa di Varsavia, i deputati polacchi hanno approvato con 235 voti a favore, 192 contrari e 23 astenuti, il licenziamento dei giudici della Corte suprema non nominati dall’attuale ministro della Giustizia e la messa sotto controllo del governo del massimo tribunale dello Stato, sancendo di fatto la fine della divisione dei poteri all’interno di uno Stato membro dell’Unione europea.

PORTA IN FACCIA A TUSK. Al provvedimento, parte di un trittico di leggi che mettono fine all’autonomia della magistratura polacca, manca ancora ancora il via libera del Senato destinato però ad arrivare entro la giornata di venerdì 21 luglio e la firma del presidente della Repubblica, Andrej Duda. Ma le speranze degli oppositori sono sottilissime: il partito di governo, Diritto e giustizia – nome che suona oggi un’eco di lingua orwelliana – ha la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato e ne fa parte anche il Capo dello Stato. Appena 45enne, Duda ha una carriera politica tutta costruita alla corte dei fratelli Lech e Jeroslaw Kaczynski, i due cofondatori del partito. A lui si è rivolto il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, chiedendo un incontro urgente, ma la richiesta è stata rifiutata. E ora Bruxelles è pronta a rispondere con una misura mai presa prima, l’articolo 7 del Trattato Ue, la procedura contro i Paesi che minacciano lo Stato di diritto che nelle sue conseguenze più estreme può arrivare a negare a uno Stato il diritto di voto.

Lo scontro con l’Unione è aperto dal 2016. Per due volte, la Commissione europea ha provato ad aprire un canale di comunicazione, inviando raccomandazioni a Varsavia per fermarne l’involuzione autoritaria, da quando il governo di Beata Szydlo ha bloccato le pubblicazioni delle sentenze della Corte costituzionale e il presidente Duda la nomina dei giudici scelti dal parlamento precedente, fino a quando a dicembre ne è stato sostituito il presidente. Varsavia ha sempre risposto denunciando le mosse Ue come «interferenze politiche» e «abusi di potere».
L’anti-europeismo polacco non ha alcuna ragione economica, anzi. La disoccupazione è appena il 6,2%, il Pil cresce, lo Stato è diventato il campione e il primo beneficiario dei fondi europei, ma il confronto con il livello di reddito dell’Europa occidentale è ancora motivo di frustrazione e mentre nelle città la società civile sventola le bandiere a dodici stelle, nelle campagne monta un nazionalismo di stampo reazionario.

​DERIVA ANTI-EUROPEISTA. Dopo la morte di Lech Kaczynski, deceduto nel famoso incidente aereo del 2010 durante un viaggio presidenziale, e grazie alla clamorosa affermazione nelle elezioni del 2015, il fratello ed ex premier Jeroslaw è riuscito a occupare tutti i gangli dello Stato dalla sua poltrona di presidente di Diritto e Giustizia. Ha messo sotto il controllo del “suo” governo i mezzi di informazione pubblici, ha fatto approvare misure che restringono il diritto di assemblea, fino a sferrare l’attacco all’indipendenza della magistratura nel nome di una giustizia che non sia solo «a favore delle elite». Un passo alla volta, legge dopo legge, ha trascinato il Paese a una distanza sempre maggiore da quell’Europa che i polacchi avevano faticosamente conquistato. A febbraio la maggioranza delle organizzazioni non governative che si battono per i diritti umani hanno rivolto un appello all’esecutivo europeo perché agisse «fermamente» e «rapidamente» contro la regressione dello stato di diritto. Ma Varsavia non è Budapest, Kaczynski non è Orban.

Il premier ungherese è l’angelo caduto del Partito popolare europeo, battezzato da Jacques Chirac come enfant prodige della destra liberale dell’Est europa, una promessa persa ma comunque un pezzo di quel mondo. La Polonia di Diritto e Giustizia, invece, è quasi un corpo a parte. Non ha rapporti con i partiti tradizionali dell’Unione, nel 2004 quando per la prima volta il partito entrò nel parlamento europeo sedeva assieme agli euroscettici dell’Unione dell’Europa per le nazioni. E con Bruxelles semplicemente rifiuta di comunicare. La stessa Commissione, alle prese con il rifiuto delle due capitali di aprire ai migranti e con violazioni dei diritti civili su entrambi i fronti, ha spiegato che almeno con l’Ungheria «il dialogo c’è». Che a Bruxelles sia di casa proprio Tusk non migliora le cose: il presidente del Consiglio Ue è il nemico interno di sempre: venne sconfitto alle presidenziali del 2005 da Lech e rifiutò l’alleanza con Diritto e Giustizia e poi nel 2007 batté Jeroslaw e gli soffiò la premiership finendo poi promosso in Europa. Più che un pontiere, dunque, un pretesto per tenere ancora maggiori distanze. Anche per questo ancora il 23 marzo Frans Timmermans, vicepresidente Ue responsabile proprio per la Rule of Law (stato di diritto, ndr), diceva: «Penso che l’invocare l’articolo 7 sarebbe una scelta perdente e non ci aiuterà nel contesto più ampio di quello che sta succedendo».

Il contesto è una Polonia più vicina alla Washington di Donald Trump che alle altre capitali europee, pronta ad accogliere il presidente Usa con tutti gli onori, mentre a Bruxelles chiude le porte in faccia. Una frattura crescente tra Ovest ed Est, mentre è in corso il negoziato sulla Brexit con la Gran Bretagna nel quale l’Ue ha un estremo bisogno di presentarsi compatta.
L’invocazione dell’articolo 7, poi, resta perdente quasi per definizione. La Commissione può prendere l’iniziativa di presentare quello che sta succedendo a Varsavia come una «minaccia allo Stato di diritto» , ma il giudizio spetta agli Stati e per approvare la delibera serve il voto all’unanimità. Orban ha già seppellito la possibilità, dichiarandosi pronto a porre il veto.

VARSAVIA NON È ISTANBUL. L’esecutivo europeo tanto spesso sotto accusa per le limitazioni alla sovranità economica degli Stati membri non ha strumenti per difendere i cittadini da un Paese che sta perdendo la democrazia. Eppure come può l’Unione rimanere inerte? La Polonia non è la Turchia, è uno Stato dell’Ue, ha ricordato Dorota Bawołek, corrispondente da Bruxelles dell’emittente indipendente Polsat, cercando di smuovere i portavoce riluttanti ai commenti e finendo per essere linciata sui social da migliaia di insulti dei sostenitori del partito di governo. «A volte sono tentato di essere il più grande eroe per un giorno e invocare l’articolo 7», aveva detto Timmermans nei mesi scorsi, «Non accadrebbe niente, ma almeno avremmo fatto il nostro dovere». E ancora: «Spero nella resistenza dei cittadini polacchi». Ora il dovere è pronto a farlo. Anche se non accadrà niente, o peggio se l’isolamento sarà totale, nel nome degli eroi polacchi: quelli che per giorni hanno portato fiaccole e lanterne sotto il parlamento, quasi a ricordare che a Varsavia l’illuminismo si sta spegnendo.