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Gerusalemme, la crisi può causare un effetto domino

25 Luglio 2017

I metal detector, poi rimossi, alla Spianata delle moschee e lo strappo di Abu Mazen con Netanyahu spingono le tensioni verso l’Intifada. Col rischio che le violenze, oltre alla Giordania, contagino Libano e Gaza.

Anche il papa nell’ultimo Angelus si è appellato «alla moderazione e al dialogo» per sedare la grave crisi di Gerusalemme, innescata dalla sparatoria palestinese del 14 luglio 2017 sulla contesa Spianata delle moschee (per gli ebrei il Monte del tempio) che ha ucciso due agenti israeliani. Francesco segue con «trepidazione le tensioni e le violenze» perché, secondo un canovaccio usuale di reciproche vendette, all’attentato sono seguite rappresaglie e contro-rappresaglie: talmente dure, quelle di Israele, da innescare la più pericolosa escalation dalla Seconda intifada del 2000.

ESCALATION ESPLOSIVA. Misure drastiche, a partire dall’accesso, poi rimosso, per la prima volta con i metal detector per i musulmani alla moschea di al Aqsa sulla Spianata, in una Gerusalemme Est occupata dal 1967. Poi la repressione delle proteste palestinesi del 21 luglio e gli arresti di massa di 25 esponenti di Hamas. L’epicentro della crisi è di per sé esplosivo e diversi fattori entrati in gioco, come mai prima, possono generare attacchi in altri Paesi musulmani, come quello in Giordania del 23 luglio contro l’ambasciata israeliana. Forieri, nella peggiore delle ipotesi, di nuove guerre contro Gaza e Stati confinanti esposti come il Libano.

1. L’occupazione ignorata e i precedenti nella Spianata
La parte Est di Gerusalemme che include la città vecchia con il luoghi più sacri delle tre religioni monoteiste (anche il Santo sepolcro di Gesù) è dichiarata dalle risoluzioni 242 e 478 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu «territorio occupato» da Israele nella Guerra dei sei giorni in «violazione del diritto internazionale». Ciò nonostante da 50 anni Israele la controlla e, sulla base di concordati mediati con la Giordania, regola e limita l’accesso dei palestinesi alla Spianata delle moschee.

SCINTILLA DI INTIFADE. La sua chiusura e la salita di visitatori ebrei sull’altura hanno scaturito le crisi peggiori del conflitto israelo-palestinese. Il 28 settembre 2000 fu proprio la provocatoria passeggiata sulla Spianata del leader del Likud e poi premier Ariel Sharon, scortato da un migliaio di uomini armati, a far deflagrare la Seconda intifada. Nel 2014 e nel 2015, i tentativi di ebrei dell’ultradestra di salire al loro Monte del tempio e poi un blitz delle forze di sicurezza israeliane nella mosche di al Aqsa scatenarono la cosiddetta Intifada dei coltelli.

2. Il primo blocco prolungato ai musulmani dal 1100
Da accordi con la Giordania, gli occupanti israeliani detengono le chiavi della Spianata ma non possono pregare nella sede, per i loro testi biblici, del primo Tempio di Gerusalemme: devono fermarsi al Muro del pianto. Mai, dal presidio crociato del 1100 dell’altura, ai musulmani veniva chiuso in modo così prolungato l’accesso per la preghiera, com’è accaduto di fatto con la scelta del governo di Benjamin Netanyahu ostaggio dell’ultradestra religiosa e sionista di installare metal detector. Per il venerdì della rabbia del 21 luglio in risposta all’oltraggio, è stato anche sbarrato l’ingresso nella città vecchia ai palestinesi con meno di 50 anni.

UN INIZIO DI OCCUPAZIONE. Il complesso della Spianata delle moschee è, dopo la Mecca e Medina, il terzo luogo sacro dell’Islam. Oltre alla moschea di al Aqsa, la Cupola dorata della roccia si trova sul punto dove, secondo il Corano, il profeta Maometto è asceso al cielo. Il luogo «più vicino al Paradiso» per i musulmani, la medesima roccia (anche per gli ebrei) del sacrificio del figlio chiesto da Dio ad Abramo, è per gli ebrei l’antico Tempio di Salomone che gli estremisti voglio ricostruire lì un giorno. Per i palestinesi la non rimozione dei metal detector avrebbe predisposto a un’occupazione della Spianata degli israeliani.3. Abu Mazen congela per la prima volta tutti i rapporti con Israele
Neanche gli sviluppi politici per il precipitare degli eventi depongono per un’attenuazione della crisi. Dopo i 3 morti e i quasi 200 feriti palestinesi nella guerriglia con le migliaia tra agenti e soldati israeliani (restano in allerta cinque battaglioni dell’esercito) in assetto da guerra nelle dimostrazioni e per il mantenimento dei metal detector, il presidente palestinese Abu Mazen ha congelato ogni contatto con Israele, a tutti i livelli, allentando di conseguenza i livelli di sicurezza: un inedito dei suoi 12 anni alla guida dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), per i contatti e lo scambio di informazioni con Israele Mazen era da tempo bersaglio di critiche degli islamisti di Hamas.

VIOLENZE IN GIORDANIA. Mediatore delle più gravi crisi è stato Abdallah II di Giordania, a sua volta collaborativo con Israele, in qualità di custode storico della Spianata delle Moschee, discendente di Maometto e re dello Stato occupante, fino al 1967, di Gerusalemme Est. Anche nel 2015 fu Adballah II a placare la cosiddetta Intifada dei coltelli, con un accordo con Netanyahu sulle misure di sicurezza della Spianata. Israele e Giordania tentavano un’altra risoluzione comune sulla questione dei metal detector, ma l’attacco all’ambasciata israeliana durante forti proteste filo-palestinesi ad Amman, con i due giordani autori uccisi e un israeliano gravemente ferito, può aprire una crisi diplomatica e arrestare il dialogo.

4. L’attentato in Giordania e il rischio di raid su Gaza e in Libano
L’intera opinione pubblica musulmana può infiammarsi per un’umiliazione prolungata dei credenti palestinesi alla Spianata delle moschee: in pochi giorni di tensioni lo scontro si è allargato all’estero con morti e feriti, la confinante Giordania. Ma, dopo l’enclave palestinese della Striscia di Gaza, lo Stato vicino più a rischio di ritorsioni belliche è il Libano, pesantemente bombardato ancora nel 2006 dall’aviazione israeliana per la presenza di basi di miliziani Hezbollah nel Paese, nelle quali vengono confezionate armi per Hamas e dalle quali partono anche razzi verso il Nord di Israele.

IL MARCHIO DI HEZBOLLAH? Fonti del controterrorismo israeliano addebiterebbero, su informazioni delle intelligence giordana e saudita, l’attacco dei tre palestinesi armati nella iper-controllata Spianata delle moschee a una cellula di Hezbollah, creato e finanziato in Libano dagli iraniani. Non a caso in un un blitz in Cisgiordania le forze israeliane hanno arrestato 25 membri islamisti di Hamas al potere nella Striscia di Gaza, da dove in risposta sarebbe partito un razzo esploso in volo. Proprio la sua mancata rivendicazione dell’attacco del 14 luglio (Hamas si è limitata a dichiarare gli attentatori «eroi») sarebbe una firma di Hezbollah. Per quanto insolitamente non avrebbe usato martiri suicidi.