Manchester, la culla del jihadismo britannico
23 Maggio 2017
Dagli Anni 90 la città è base logistica di estremisti. Prima di al Qaeda, poi dell’Isis (cui ha fornito centinaia di foreign fighter). La comunità islamica rappresenta il 15% della popolazione. E l’integrazione è un miraggio.

Dopo aver conosciuto le bombe dell’Ira negli Anni 90, Manchester deve ora fare i conti con una nuova minaccia: il radicalismo islamico. L’attentato del 22 maggio al concerto di Ariana Grande ha rivelato come il pericolo, noto alle autorità da almeno due decenni, si possa trasformare in tragedia. Almeno 22 persone sono morte, tra cui diversi bambini, e oltre 120 sono rimaste ferite. L’attentatore sarebbe Salman Abedi, un 22enne di origini libiche cresciuto nella città nel Nord dell’Inghilterra.
ATTENTATORE DEL QUARTIERE DI FALLOWFIELD. Secondo di quattro fratelli, viveva a Elsmore Road, nel quartiere di Fallowfield, che dista una manciata di chilometri dal centro. La polizia ha compiuto un blitz nella sua abitazione, portando a termine anche un’esplosione controllata. Secondo i media britannici, Abedi era già noto alle autorità. Lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato, nonostante inizialmente i sospetti si fossero concentrati su al Qaeda. Il 13 maggio, uno dei figli di Osama bin Laden, Hamza, aveva infatti diffuso un messaggio in cui incitava a colpire l’Occidente «dove fa più male» e Manchester è da sempre per il gruppo terroristico un’importante base logistica.
