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Poesia del giorno. Jiří Orten


Prima elegia 

Un fiume di dolore inconsapevole sempre
attraversa le genti. È prossimo alla fine
prima ancora che inizi e dopo il suo principio
avidamente ritorna e solo dopo la prova
diventa esperto. La sua prova vivente
ci toglie molte cose e molte cose dà.
La libertà, per esempio, non voluta e voluta.
Per esempio la vita, se nella morte anche è morte.
Non s’è chiuso il sepolcro. E allora, librato al vento,
in una guglia d’espressione restringi
il tuo piccolo mondo, che in te stesso riecheggi
e che prodigamente a esso tu versi il tuo sangue.

Ma quale fiore dargli e quale, quale colore?
Trovare il verde, il bianco, il giallo dei limoni
e l’ocra, molta ocra mescolarci,
finché sembri l’ineffabile che parli,
e chiaro l’oscuro senso del tradimento,
trovare foglie che un poco si chiudano
a un lungo sonno, foglie, sottili palpebre,
che proteggano dal gran flusso di luce.
I tuoi occhi, nell’attimo in cui la luce si è spenta!
La giovinezza della tua bocca, quando eri sopra il tuo buio!
Saprò, misero, mai quello che in te accadeva?

Io tacevo, o Signore, il mio cuore soltanto
gridava ancora, ancora si ribellava,
fermava la caduta che non si può fermare,
non piangere, gridava, non devi adesso piangere,
non piangere, ché il petto non lo sopporta,
so dove tu piangeresti il piú volentieri,
conosco tutti i punti del tuo corpo che amo,
io che ho gustato tutte le tue lacrime,
e quante erano, quante,
quante dovranno, quante dovranno essere!

Non ti accuso, non dico che tu mi tradisci.
Lo so, lo so bene, che il castigo è arrivato
e le mie mani nude protendo a lui,
che togliesse a chi ha tolto.
Non c’è banco che in spiccioli possa cambiarti
il dolore che è eterno. Barcollerai
da colpa a colpa, da non-pianto a pianto,
da paura a timore, dall’angoscia alla pena,
da spasimi crudeli, dalla vergogna e dal fango
a solitudine atroce che non è sola.
Salive di voluttà soltanto potrai inghiottire.
Guarda queste tendine, guarda questa poltrona
e i quadretti qui appesi sulle pareti,
guarda il tavolo e i libri, questo letto
al quale hai tolto tutto d’un colpo il tuo peso,
guarda il lume, ragazza, piú di te
lui m’appartiene.

Cosí gridava il mio cuore troppo vivo.
E non sapeva che ancora non lo vuole
il mucchio della terra, l’abbraccio del suo Signore,
che niente tranne il suo mondo lo vuole,
tranne il canto: elegia.

I condannati alla condanna di morte
chiamati a dire l’ultimo desiderio
non chiedono la vita, allora, ma sappiate
che è solo per pietà, per pudore e timore
di non creare al giudice l’impaccio
di chi non può appagare.
Poi tabacco domandano solitamente
e una cena; e un piacere miserabile;
e un sorso buono che inumidisca la gola,
la gola che sarà strangolata.
Comprensivi, solleciti bevono il loro vino,
fanno capire che l’hanno molto gustato,
perché sono dei buoni: perché in fondo fa bene
per buona pace del boia un poco dissimulare.

Ed umilmente quando nell’ultima notte
pregano verso l’ultima loro mattina,
docili, silenziosi camminano al macello,
là nel cortile dove l’inverno dell’alba
potrà scaldarsi del loro tiepido sangue.

E io ho domandato un bacio.
E ho chiuso gli occhi. E ho bevuto
a un calice d’amarezza. E lei partiva.
E io l’amavo con la pietà dell’orrore
e un gran dolore avevo di lei che non poteva
darmi se stessa (a me che la chiedevo
ma solo con lo sguardo come fa un animale,
e non sentiva). Scattò la porta, fu chiusa.
Io corsi alla finestra. Da quel momento sempre
alla finestra sto, di guardia, sí, di guardia,
guardia a me stesso, guardia al sogno, alla brama,
guardia all’amore, che ha trovato il suo Caino.

Non s’è chiuso il sepolcro. Il sepolcro è aperto.
Solo di fiori è il peso sul coperchio della bara.
Fiori che appassiranno perché non li nutre la terra.
A casa se ne andranno i dolenti del corteo.
Su cordiali carrozze i piú lontani
incitando i cavalli per spingerli al galoppo.
Poi verrà lui, povero vecchio becchino.
Un po’ ha trincato prima del funerale
e batte fiacca, è fiacco come un bambino.
A malapena reggono le sue mani la pala.
Carezzandola quasi alzerà su la terra,
la terra che sommessa andrà a bussare laggiú
dov’è la bara, laggiú dov’è il morto.

Bocca straziata, vuoi dire il tuo benvenuto?