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La democrazia come la conoscevamo è morta (ma noi non ce ne siamo accorti)

7 Febbraio 2017

Inutile raccontarsela: le democrazie di tipo occidentale sono in crisi irreversibile. Possibili alternative: o decidono le tecnocrazie e le élite, o il popolo tramite i referendum. Il nostro guaio? È che siamo rimasti indietro, per difendere lo status quo

Classi dirigenti incapaci (prima ancora che disoneste). A tutti i livelli, perché la frana delle competenze si sta portando via città e regioni, ministeri e grandi aziende pubbliche, ospedali e musei. E dall’altra parte una società civile che troppo placidamente ha accettato di scivolare in un ruolo da (tele) spettatore di tragedie senza soluzione; un’opinione pubblica ormai abituata a scaricare le proprie ansie su nemici esterni più o meno immaginari – gli immigrati, i tedeschi, l’ISIS e la “politica”; individui che hanno la persa la capacità di mettersi in discussione e prendersi la responsabilità di un cambiamento che potrebbe esserci solo se è partecipato.

Ci sono eccezioni importanti. Ma è questa la tenaglia nella quale le democrazie liberali sembrano strette. L’Italia ha fatto da battistrada. Ma la malattia è, oggi, di tutti. Dagli Stati Uniti al Regno Unito. Le democrazie liberali sembrano non funzionare più. Il populismo dilaga; ma, soprattutto, le democrazie che hanno assicurato, per decenni, benessere e pace, sembrano non essere più adeguate per governare la transizione – delicatissima – verso una società nella quale la natura stessa del lavoro, degli Stati e delle organizzazioni sta mutando.
Di che tipo di democrazia avremmo, allora, bisogno per risolvere il problema? Per risolvere una malattia che è fatta sia di scarsa efficacia (capacità di risolvere le crisi in tempi accettabili) che di altrettanta scarsa rappresentatività (capacità di riflettere nelle scelte collettive le preferenze individuali)?