Papa Francesco sfida Trump, ma i cattolici americani stanno con il presidente
25 Gennaio 2017
La politica universalistica e pro-immigrazione di Bergoglio è opposta all’“America First” di Trump. Le distanze tra i due sono enormi anche sul piano umano. Tuttavia molti settori cattolici tradizionalisti statunitensi stanno con il presidente

Il populismo generato dalla crisi e dalla paura comporta un rischio: quello che già si verificò nella Germania degli anni Trenta quando un Paese in frantumi, sfinito, cercava un leader, qualcuno che gli restituisse l’identità; a emergere, nel tumulto di quegli anni, fu un ragazzo il cui nome era Adolf Hitler. Papa Francesco non parla per allusioni, non usa metafore e va dritto al punto nel momento in cui, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais e pubblicata domenica scorsa, gli viene chiesto se è preoccupato per lo sviluppo dei populismi da una parte all’altra dell’Atlantico.
«Tutta la Germania votò Hitler – ha osservato ancora il Pontefice – Hitler non ha rubato il potere, fu votato dal suo popolo e dopo lo distrusse». «Cerchiamo un salvatore che ci restituisca la nostra identità – ha aggiunto – e ci difendiamo con muri, fili spinati o con altri mezzi dagli altri popoli che ci possono togliere l’identità. E questo è molto grave. Per tale ragione dico sempre: dialogate fra di voi, dialogate fra di voi». Ma il caso della Germania nel 1933 è tipico, ha insistito Bergoglio, c’era un popolo che attraversava una forte crisi e in quel contesto «apparve sulla scena questo leader carismatico» capace di promettere un’identità alla Germania, che diceva «io posso farlo», ma ne nacque «un’identità distorta, sappiamo che cosa accadde». Con chi ce l’aveva il Pontefice? Con la francese Marine Le Pen, con gli xenofobi tedeschi o austriaci, con Matteo Salvini o anche con Donald Trump, il presidente americano che pronunciava il suo discorso d’insediamento proprio mentre usciva l’intervista al giornale spagnolo? Le parole del Papa andavano lette come un allarme per ciò che può accadere nel prossimo futuro, non toccavano un caso particolare ma allo stesso tempo si riferivano a tutte queste vicende e ad altre ancora.
Sul nuovo inquilino della Casa Bianca, Bergoglio, nella medesima intervista, Francesco usava parole fredde ma prudenti: «vedremo cosa farà», inutile trasformarsi in profeti di sventura. E tuttavia poche ore prima, nel messaggio ufficiale inviato dalla Santa Sede – come da prassi – al nuovo presidente degli Stati Uniti per l’inizio del suo mandato, si leggeva: «In un tempo in cui la nostra famiglia umana è afflitta da gravi crisi umanitarie che esigono risposte politiche lungimiranti e unite, prego perché le sue decisioni siano guidate dai ricchi valori spirituali ed etici che hanno forgiato la storia del popolo americano e l’impegno della sua nazione per la promozione della dignità umana e della libertà in tutto il mondo». Subito dopo veniva espresso l’auspicio che sotto Trump, la grandezza dell’America potesse ancora essere misurata «in base alla sua sollecitudine per i poveri, gli emarginati e i bisognosi». Era dunque un messaggio che conteneva una sfida, in particolare in quel riferimento all’urgenza di affrontare le crisi umanitarie del nostro tempo. Un po’ come chiedere a Torquemada un equo processo, magari pure un po’ garantista.
