Spagna: la povertà energetica colpisce 5 milioni di spagnoli
5 Dicembre 2016
Intervista a María Campuzano, portavoce di Alianza contra la Pobreza Energetica

Il 14 novembre scorso, a Reus, una cittadina spagnola nella regione della Catalogna, Rosa, di 81 anni, è morta in seguito all’incendio della sua casa. Da due mesi illuminava il suo appartamento con delle candele perché la compagnia elettrica le aveva staccato la corrente per i mancati pagamenti. Uno dei ceri ha provocato l’incendio del materasso e la conseguente morte di Rosa. L’ennesimo incidente causato dalla cosiddetta ‘povertà energetica’ questa volta ha causato una grande attenzione mediatica in Spagna. Secondo l’Academia de Ciencias Ambientales (ACA), infatti, in Spagna muoiono più persone a causa della povertà energetica che per incidenti stradali. L’associazione denuncia, inoltre, che l’11% delle case spagnole, circa 5 milioni di persone, non riesce a raggiungere la temperatura adeguata.
María Campuzano, portavoce di Alianza contra la Pobreza Energetica (APE), ci spiega che non esiste a livello internazionale una definizione unica per definire la povertà energetica ma che l’associazione la definisce come quei “problemi che hanno le famiglie per affrontare il pagamento delle bollette di acqua, luce e gas e anche per mantenere la casa a una temperatura adeguata”. Questa situazione è peggiorata con l’arrivo della crisi economica. Nonostante le autorità parlino di una ripresa economica, l’APE afferma che questi casi sono in aumento. Secondo Campuzano, infatti, la crisi economica è solo una delle cause della povertà energetica: “Sono essenzialmente tre le cause della povertà energetica: la mancanza di un buon isolamento termico degli edifici, il basso reddito e l’aumento dei prezzi dell’energia”.
Mentre il reddito delle famiglie spagnole scendeva, dal 2008 al 2015 la fattura della luce è aumentata di circa il 70%, il doppio rispetto alla media dell’Unione Europea. Proprio per questo, la povertà energetica non colpisce solo i disoccupati o i quartieri più poveri ma anche le persone che hanno un lavoro e le zone con reddito medio.
A livello nazionale, non esiste una politica concreta contro la povertà energetica. L’unica misura che offre un piccolo aiuto alle persone che non riescono a pagare le bollette della luce è il cosiddetto ‘bono social’ (buono sociale). “È una misura totalmente insufficiente. Si tratta di una riduzione del 25% su di una parte della fattura e non sulla totalità e questo sconto è uguale per tutti quelli che rientrano nei requisiti. A loro volta i requisiti sono molto restrittivi. Ne possono usufruire le seguenti categorie: famiglie con tutti i membri disoccupati, famiglie numerose, maggiori di 60 anni o case che utilizzano una potenza inferiore a 3 kW. Moltissime persone riescono ad accedere al bono social abbassando la potenza ma se vivono in una casa in cui tutto è elettrico non è possibile vivere solamente con 3 kW. Nella pratica, il bono social può rappresentare una riduzione minima nella bolletta rispetto a un costo totale di 50-70 euro o più”, spiega Campuzano, “L’unico elemento positivo del bono social era il suo finanziamento da parte delle compagnie elettriche. Qualche settimana fa, una sentenza del Tribunal Supremo, su ricorso delle stesse imprese, ha deciso che il finanziamento del bono social non è compito delle compagnie elettriche che ora dovranno essere risarcite. Il bono social continua ad esistere ma dovrà essere pagato dallo Stato”.
