Usa 2016, le elezioni più controverse della storia americana
8 Novembre 2016
Ecco la dura lotta di potere che è dietro al confronto elettorale e che mette a rischio Clinton

La campagna elettorale Usa 2016 si è conclusa. I sondaggi preannunciano un estenuante testa a testa, che vede Hillary Clinton e Donald Trump gravitare attorno al 45% dei consensi, con la prima in lieve vantaggio sul secondo. Risultato che sembrava impossibile solo qualche mese fa, ma che le October Surprise spuntate in questi ultime settimane hanno contribuito in maniera determinante a produrre.
I grandi media stranieri hanno fornito compattamente il proprio endorsement ad Hillary Clinton, a partire dall’‘Economist‘ e dal più esplicito ‘Financial Times‘ di Londra, sulle cui pagine si legge che «un solo candidato ha le credenziali per guidare gli Stati Uniti. La signora Clinton ha servito come first lady, senatore di New York e Segretario di Stato […]. Trump [..] ha voltato le spalle ai Paesi alleati, ipotizzando di smantellare l’apparato di difesa nucleare in Asia orientale, di ridimensionare la Nato e di scatenare guerre commerciali […]. La Clinton ha indubbiamente qualche difetto, ma Trump ha mostrato disprezzo per la democrazia americana».
La grande informazione interna agli Stati Uniti si è collocata grasso modo su posizioni analoghe, con la clamorosa eccezione del ‘Wall Street Journal‘ che, a pochi giorni dall’endorsement a favore della Clinton di una sua prestigiosa firma, ha lanciato una bomba a orologeria che rischia di produrre effetti devastanti sul voto di oggi. Il 28 ottobre, il celebre quotidiano newyorkese ha pubblicato un articolo in cui si sostiene che la Clinton Foundation abbia trasferito 675.000 dollari a Jill McCabe, moglie del vicedirettore dell’Fbi Andrew McCabe, tramite il governatore democratico (e amico personale dei Clinton) della Virginia, Terry McAuliffe. Il versamento, afferma lo staff della Clinton, è da considerarsi una donazione a sostegno della campagna elettorale di Jill McCabe, candidata al Senato statale della Virginia. Notizia già di fatto smentita nell’articolo esplosivo del ‘Wall Street Journal‘, in cui si dimostrava che la moglie del vicedirettore dell’Fbi aveva ricevuto in tutto 256.000 dollari. Non esiste quindi alcun riscontro documentale della tesi difensiva sostenuta dalla Clinton.
L’inchiesta del ‘Wall Street Journal‘ costituisce quindi una durissima presa di posizione non solo contro la Clinton, ma anche contro l’Fbi, accusato di essersi fatto corrompere attraverso l’oscura triangolazione rivolta a rendere difficilmente rintracciabile il trasferimento di denaro dalla Clinton Foundation alla moglie del vicedirettore del più famoso organo investigativo del mondo. McCabe aveva ottenuto la promozione nel gennaio 2016, a pochi mesi di distanza dal versamento, e con essa l’incarico di indagare sulle e-mail di Clinton.
Vedendo minata la propria credibilità in una maniera tanto clamorosa, il direttore dell’Fbi James Comey (un repubblicano nominato da Obama, colpito dalla sua integrità) si è visto costretto a ufficializzare la ripresa delle indagini sulle e-mail di Hillary Clinton, che era stata sospesa tempo prima su indicazione dello stesso McCabe. «Il sottoscritto direttore dell’Fbi – si legge nella lettera inviata da Comey al Congresso il 28 ottobre (quattro giorno dopo la pubblicazione dell’articolo del ‘Wall street Journal’) – scrive per informarvi che la squadra investigativa è stata autorizzata da me in persona ad adottare le opportune misure di indagine volte a consentire agli investigatori di rivedere tali e-mail per decidere se contengano informazioni classificate, nonché valutarne l’importanza per le nostre indagini».
L’indagine dell’Fbi sulle e-mail della Clinton era stata aperta quando, nel 2014, la Commissione senatoriale incaricata di indagare sull’oscura vicenda dell’11 settembre 2012, che vide il console libico Christopher Stevens massacrato a Bengasi da un commando di ribelli anti-ghedaffiani, si accorse che negli archivi del Dipartimento di Stato non c’era traccia delle comunicazioni elettroniche del segretario in carica. Dagli accertamenti emerse che la Clinton comunicava con l’esterno mediante un server privato che si era fatta installare nella propria abitazione. Una mossa inaudita, che da un lato viola i protocolli di sicurezza e segretezza e dall’altro infrange il Freedom of Information Act, la legge del 1966 che obbliga i funzionari statali a dar conto del proprio operato consentendo agli inquirenti di consultare i documenti originali.
Dietro ingiunzione dei commissari, la Clinton consegnò le e-mail contenute nel suo server, o ciò che ne restava. Fu infatti accertato che ben 30.000 e-mail erano state cancellate con un programma (BleachBit) che ne rende pressoché impossibile il recupero. La Clinton si difese asserendo che si trattava di messaggi privati il cui contenuto non aveva alcuna rilevanza ai fini dell’indagine, senza tuttavia dare agli inquirenti la possibilità di confermare la sua versione dei fatti. Le decine di ‘non ricordo’ a cui l’ex first lady ricorse di fronte alle domande sempre più incalzanti dell’Fbi alimentarono i sospetti degli inquirenti, sempre più convinti che ci fossero le basi per procedere a un’incriminazione della Clinton. Loretta Lynch, segretario alla Giustizia sotto la seconda amministrazione Obama e amica di famiglia dei Clinton, frenò l’impeto dell’Fbi negando ai suoi agenti le autorizzazioni necessarie a dar seguito alle indagini. Una reazione che lasciò di stucco i richiedenti e finì per approfondire i loro sospetti.
Sulla campagna elettorale della Clinton, che sembrava nascere sotto i migliori auspici, piombarono poi le migliaia di e-mail di cui ‘WikiLeaks‘ era entrata in possesso grazie al lavoro oscuro di alcuni hacker che l’ex first lady accusò immediatamente di operare su mandato di Vladimir Putin in persona.
Messaggi il cui contenuto delinea il profilo di un personaggio estremamente spregiudicato, per nulla a disagio ad avvalersi della propria posizione di potere per ottenere tutta una serie di vantaggi personali grazie ai quali la Clinton Foundation è riuscita a racimolare qualcosa come 350 milioni di dollari. Cifre astronomiche, su cui il ‘Chicago Tribune’, quotidiano di riferimento di una delle più grandi e importanti città degli Stati Uniti, ha sollevato più di un dubbio: «i Clinton non sono abili commercianti, non sono trader capaci né industriali di successo. Non hanno mai prodotto nulla di tangibile. Non dispongono dei brevetti che possano spiegare i milioni e milioni di dollari di cui si compongono le loro fortune. Ciò che hanno è l’influenza. E hanno strumentalizzato il nostro governo federale per venderla al miglior offerente […]. I democratici dovrebbero chiedere a Clinton di rinunciare alla corsa per la presidenza […]. Cosa succederebbe se venisse eletta? Pensate a un Paese colpito da una pesante crisi economica con responsabilità dirette nei confronti della situazione di caos in Medio Oriente e che debba trovarsi come presidente un individuo sotto inchiesta penale. La signora Clinton s’è squalificata da sé». In maniera ancor meno diplomatica si è espresso l’ex alto funzionario dell’Fbi James Kallstrom, il quale si è spinto a definire i Clinton «una famiglia del crimine, organizzata complessivamente in maniera analoga alla mafia. La Clinton Foundation è una fogna».
