Trump, il business dietro l’attrazione fatale per la Russia
24 Novembre 2016
Dagli immobili di lusso alla vodka: The Donald coltiva affari milionari a Mosca e dintorni. Fin dai tempi dell’Urss. Ed è molto vicino agli oligarchi. Tra Casa Bianca e Cremlino, così, spunta il conflitto d’interessi.
Dietro l’attrazione di Donald Trump per la Russia ci sono da anni i suoi affari da imprenditore piuttosto che i risvolti geopolitici. Alle manovre strategiche per l’influenza internazionale, il neo presidente eletto degli Usa preferisce agire nell’economia reale che, anche propagandando il protezionismo e i muri con il Messico, quando si tratta delle sue società non ha confini.
IL MATRIMONIO CON IVANA. Trump è in conflitto d’interessi per i figli e i parenti che vorrebbe piazzare nei Dipartimenti di Stato per dargli una mano e, guardando ai suoi business del passato, lo è anche per le scelte che ha fatto e si appresta a fare verso Mosca. Con gli oligarchi dell’Est Europa, dove è di casa fin dal primo matrimonio in piena Cortina di ferro con Ivana Trump, al secolo l’ex modella ceca Ivana Marie Zelnickova, ha intessuto proficui rapporti finanziari e di interscambio.

Donald Trump con Aran ed Emin Agalarov.
Getty
Quant’è vero che l’appariscente Trump Tower della Grande Mela sia stata tirata su con le tonnellate di acciaio cinese a basso costo che il magnate vorrebbe ora lasciare tutto in Asia e che a mandarla avanti ci siano anche gli immigrati irregolari che promette di espellere in massa, prima di buttarsi in politica il prossimo inquilino della Casa Bianca progettava nientemeno che di costruire in Russia un’altra sfavillante torre.
L’AMICO AGALAROV. Estimatore di Vladimir Putin, come Silvio Berlusconi, nel 2013 Trump avrebbe voluto lo zar al suo concorso di miss Universo portato a Mosca: tra gli ospiti c’era anche il magnate azero-russo Aran Agalarov con il figlio Emin, cantante e businessman famoso come il padre nell’ex Urss. Miliardario del comparto delle fiere e dell’immobiliare vicino all’establishment, Agalarov senior ha raccontato di essere il trait d’union tra Trump e lo Putin: il tycoon americano corteggiava il leader del Cremlino, avrebbe voluto anche incontrarlo a quattr’occhi all’indomani dello spettacolo.

L’ex capo del Kgb declinò gli inviti all’ultimo momento, inviando a Trump un piccolo presente della tradizione russa e una sua nota calorosa. Nondimeno la trasferta a Mosca del paperone newyorchese fu fruttuosa: Trump incassò cash parte dei 14 milioni di dollari sborsati da Agalarov e altri finanzieri per portare la sua kermesse nella capitale russa.
IL CULTO DELLA RUSSIA. Agalarov, il «Donald russo», rivelò poi di aver firmato con lui l’accordo per il cantiere di una Trump Tower nel cuore della capitale, un vecchio pallino del tycoon americano, come di vecchia data è il suo amore per la Russia. Quasi un culto, a detta del gotha di «quasi tutti gli oligarchi» che al rientro lo stesso magnate si vantò aver incontrato in un nightclub di Mosca.
RAPPORTI COLTIVATI PER 30 ANNI. Trump, e non viceversa, era il più entusiasta nell’intessere relazioni con l’élite finanziaria russa, il più eccitato per gli approcci. Rapporti coltivati dagli Anni 80, quando con la moglie Ivana e i figli piccoli l’immobiliarista andava e veniva dall’Unione sovietica per farsi strapagare dagli investitori russi le sue proprietà sparse nel mondo.
Trump conosce Mosca come le sue tasche, i suoi viaggi erano numerosi. Come, a detta del primogenito Donald junior, gli affari fatti con questa parte di mondo. «Quella russa è una fetta sproporzionata dei nostri asset. Continuano ad arrivarci un sacco di soldi dalla Russia», ebbe a sostenere l’erede 39enne a una conferenza d’affari nel 2008, ammettendo sei visite a Mosca in un anno e mezzo. Ancora Trump in persona ha parlato della Russia, nel 2007, come «uno dei luoghi più attraenti al mondo per gli investimenti». Putin ha negato con lui relazioni dirette, ma lo ha definito una persona «esuberante e talentuosa». «Un onore», ha ribattuto Trump.
RUSSIA CONNECTION. Gran parte dell’establishment repubblicano, inclusa la linea dura dei pro-Bush spaccata sul normalizzare o meno i rapporti dopo l’elezione, impallidiva a simili dichiarazioni. I giri dei Trump sono noti da decenni: al Washington Post, Financial Times, a Politico e ad altre testate nazionali americane è bastato prendersi la briga di rileggere le loro frasi rilasciate in interviste o in occasioni pubbliche (ora non confermate, men che meno dal Cremlino, ma possono essere tutte false?) da 30 anni a questa parte e scartabellare i registri sulle loro proprietà, per ricostruire la Russia connection di Donald.

Un manifesto su Trump e Putin.
Nel 1987, reduce da una ricognizione d’affari a Mosca, Trump spese 100 mila dollari per tappezzare il vituperato New York Times, il Washington Post e il Boston Globe di una sua lettera-manifesto sulla «politica estera sbagliata degli Stati Uniti d’America»: «Basta pagare per difendere Paesi che si possono difendere da soli». All’epoca si riferiva al Giappone, oggi alla Cina, ma la sostanza era e resta il disimpegno dalla Nato.
IL LANCIO DELLA TRUMP VODKA. Negli Anni 90 Trump ha tentato di far investire delle compagnie americane negli immobili di lusso a Mosca, sguinzagliando architetti e manager. Ha esplorato i mercati di Kiev e Yalta, in Crimea. Costruito un hotel a 5 stelle nell’Azerbaijan filorusso, in procinto di aprire a Baku. Nel 2005 firmato un’intesa preliminare (poi caduta nel vuoto) con una società newyorchese per il chiodo fisso della Trump Tower a Mosca. Nel 2007 ha lanciato la sua Trump Vodka al caviale a una fiera di Mosca. Nel 2008, rivenduto per quasi 100 milioni di dollari una villa a Palm Beach all’oligarca russo Dmitry Rybolovlev, proprietario dell’As Monaco.
UN FILORUSSO COME ADVISOR. Con i miliardari russi quotatI sopra di lui nella lista di Forbes, il futuro presidente degli Usa è in buoni rapporti. E se sul clima e sull’indagine contro Hillary Clinton Trump ha fatto marcia indietro, la prima sua nomina certa è stata l’advisor per la Sicurezza nazionale e l’antiterrorismo al controverso generale Michael T. Flynn, ex democratico, licenziato nel 2014 da Obama anche per le posizioni filorusse. Ripreso poi a Mosca, dopo alcuni suoi interventi a pagamento, a una cena di gala accanto a Putin. Lo “zar” e gli oligarchi sono al sicuro.
