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Palestina, viaggio nell’occupazione israeliana

11 Ottobre 2016

Insediamenti e barriere proliferano. Confinando oltre 2 milioni di palestinesi. Nello stato di reclusi e apolidi. Il reportage di L43 nei territori colonizzati.

Ogni sabato di festa le strade della West Bank sono deserte.
Davanti alle poche auto scorre il lungo asfalto, ai lati chilometri di filo spinato e posti di blocco.
Un reticolo di barriere e telecamere, a volte check point, protegge le vie verso gli insediamenti israeliani in Palestina, affollatissime nei giorni lavorativi.
I pendolari sono le migliaia e migliaia di israeliani che entrano ed escono, verso il lavoro e di ritorno nei moderni e spaziosi appartamenti o nelle villette a schiera.
GUERRA A GERUSALEMME EST. La più grande di queste strade porta nella periferia di Gerusalemme Est, le colline che sono diventate quartieri urbani disordinati, densi di auto e smog come a Sheikh Jarrah, teatro il 9 ottobre dell’ennesima sparatoria contro le forze dell’ordine israeliane, vicino a una fermata del tram, non casualmente avvenuta alla vigilia dello Yom Kippur, tra le festività più importanti nel calendario ebraico.
CONTROLLI RAFFORZATI. Le misure di sicurezza (già a livelli elevatissimi) sono state rafforzate dopo l’attentato. «La parte di Gerusalemme Est fuori dalla città vecchia è la più arrabbiata e pericolosa delle aree urbane palestinesi. Tutta la criminalità è stata lasciata addensare qua, nessuno può più controllarla. Controlla lei il quartiere, non le forze dell’ordine in minoranza», spiega la guida palestinese che ci accompagna in auto.


Uno degli insediamenti di coloni israeliani in Cisgiordania.

Si entra a Gerusalemme Est dopo uno zigzag ridondante lungo la barriera della West Bank, al quale sono obbligati i palestinesi della Cisgiordania, che in Terra santa circolano con targhe diverse e in strade talvolta separate da quelle dei coloni.
A un paio di chilometri da Sheikh Jarrah c’è Damascus Gate, la porta del quartiere arabo-palestinese della città vecchia dove partono gli autobus per la Cisgiordania e dove un anno fa furono accoltellati degli agenti israeliani.
CITTÀ SANTA BLINDATA. Da qui è vicina anche la Spianata delle Moschee degli scontri frequenti, con i tentativi di accesso degli ultraortodossi a quello che per gli ebrei è il Monte del Tempio: a tanti turisti e pellegrini in visita nella città vecchia – ricompresa nel settore palestinee occupato – Gerusalemme appare un luogo dalle tensioni fisicamente ancora lontane.
Ma passeggiando sopra la cerchia di mura si incontrano soldati armati di vedetta.
Anche le strade verso la Spianata delle moschee, sui cartelli indicata come il Monte del Tempio, sono blindate dai militari.


Damascus Gate, la porta d’accesso al quartiere arabo della città vecchia.
Nell’ufficio di informazioni turistiche gestito da israeliani di Jaffa Gate, l’ingresso per la città vecchia, campeggia una cartina dove tutta la Cisgiordania e Gerusalemme vengono ricomprese sotto lo Stato d’Israele.
Per le case e i negozi palestinesi del centro storico viene perseguita da decenni una politica edilizia che ne favorisce la decadenza e lo svuotamento: gli investimenti in infrastrutture e ammodernamenti sono minimi, viceversa si incentivano gli insediamenti israeliani, oltre un migliaio i nuclei autorizzati dal governo israeliano solo tra il 2015 e il 2016.
OLTRE 700 MILA COLONI. Per questi cantieri si impiegano anche lavoratori palestinesi, aggiungendo odio all’odio.
Tra le aree più urbanizzate dai coloni c’è proprio Gerusalemme Est e un grande insediamento israeliano spicca sulla collina appena oltre la periferia caotica della metropoli.
Secondo i dati dell’Istituto israeliano di Statistica sono oltre 400 mila i coloni in Cisgiordania, altri 300 mila nella parte palestinese di Gerusalemme, che per l’Onu è sotto occupazione illegale israeliana dalla guerra dei sei giorni del 1967.
Quasi 10 milioni di profughi palestinesi dal 1948



Un murales di Banksy nella West Bank.

Nonostante i richiami dell’Unione europea, e timidamente anche degli Usa, gli insediamenti abusivi israeliani in Palestina continuano a crescere a un ritmo costante, quasi il 6% di nuovi coloni all’anno.
Le deroghe agli accordi per «ragioni di sicurezza» sono la porta maestra per l’inesorabile espansione israeliana: «Un cancro», commentano a Lettera43.it gli accompagnatori palestinesi, «la questione – per noi politica non religiosa – va avanti dal 1948. E parliamo ormai di quasi 10 milioni tra profughi e sfollati nei territori palestinesi e all’estero».
MIGLIAIA DI CONFISCHE.  Solo dal 2000 sono state confiscate più di 4 mila abitazioni in Cisgiordania: migliaia di famiglie palestinesi spostate per far posto ai blocchi dei coloni.
In un campo profughi vicino a Betlemme si aspetta giustizia da più di mezzo secolo: accanto alle porte le famiglie hanno appeso le chiavi delle loro vecchie case a Tel Aviv, che prima in arabo si chiamava Tal al Rabia.


Lungo le vecchie mura di Gerusalemme.
Si allettano anche i palestinesi a vendere terreni e immobili e qualcuno accetta: a Gerusalemme come a Hebron, o in altri centri dell’antica Giudea e Samaria quali Gerico.
Oltre la barriera della West Bank, in uno dei popolosi insediamenti israeliani tra Betlemme e il monte dei resti archeologici del palazzo di Erode, vive orgogliosamente il colono e ministro della Difesa Avigdor Lieberman, a lungo ministro degli Esteri e ora ministro della Difesa, nonché esponente della destra sionista di Yisrael Beiteinu.
TRA CITTADINE E KIBBUTZ. Decine di altri villaggi più piccoli, le comunità agricole dei kibbutz dove anche tanti americani vanno in ferie come in agriturismo sul Mar Morto, sono stati edificati in Cisgiordania: hanno collegamenti urbani con Gerusalemme su strade loro riservate e massicci sistemi di sorveglianza.
Agli ingressi dei kibbutz stazionano di blocco giovani militari armati, spesso di colore: sono gli ebrei etiopi ed eritrei accolti nello Stato di Israele dalla sua fondazione e «usati in prima linea come soldati stupidi», dicono di loro i palestinesi della West Bank.


Scritte e disegni di battaglia sul muro della West Bank.
Oggi i padroni di Gerusalemme Est e della West Bank sono gli israeliani.
Centinaia di ettari di terreno sono stati e vengono occupati dagli insediamenti nell’area C (il 60% di suolo della Cisgiordania a controllo israeliano), che ormai accerchia i centri e le città ricomprese – ma neanche tutte – nell’area A, per gli accordi di Oslo del 1993 a totale amministrazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).
L’area B (il 20% del sistema a cerchi concentrici a controllo israeliano e palestinese) è in realtà inesistente, i palestinesi non hanno un vero esercito.
RECLUSI E APOLIDI. Così anno dopo anno i coloni si sono mangiati più dell’80% della Cisgiordania nell’inazione internazionale, confinando gli oltre 2 milioni di palestinesi residenti nei loro territori allo stato di reclusi e apolidi.
Tutte le frontiere della West Bank, anche con la Giordania, sono controllate dagli israeliani: per entrare o uscire occorre necessariamente il visto di Israele e ci sono dei palestinesi che non hanno mai visto il mare a meno di 50 chilometri di distanza.


La cupola nella roccia, sulla Spianata delle moschee.

Se gli israeliani non possono entrare nell’area A dell’Anp, ai palestinesi della West Bank è vietato anche l’accesso a Gerusalemme Est, senza permessi lavorativi o per visite autorizzate, come verso la Striscia di Gaza.
Un muro di oltre 700 chilometri, tirato su dopo le Intifade, separa dal 2002 Israele dalla Cisgiordania: a Betlemme e Ramallah il passaggio attraverso la barriera è «un’umiliazione», ci racconta Hasim, che vive e lavora nel centro storico di Gerusalemme.
IL MURO DEL 2002. Come lui gli oltre 300 mila palestinesi di Gerusalemme Est hanno un maggiore margine di spostamento rispetto ai connazionali della West Bank: possono entrare in Cisgiordania presentando i documenti ai varchi, senza permessi speciali, ma in diversi preferirebbero «vivere in Cisgiordiana, sotto l’Anp, perché i prezzi sono più bassi. Qui invece è tutto più caro e siamo comunque discriminati».
TUNNEL E CONTROLLI. Hasim non si fida ad andare in macchina oltre la barriera, teme sparatorie e si muove sempre in autobus: al varco i turisti e gli stranieri con passaporti israeliani o di Stati non arabi o islamici vengono controllati a bordo.
I palestinesi invece sono fatti scendere, attraversare un tunnel e sono interrogati. Alcuni raccontano di «venire anche spogliati a volte». Se va tutto bene, possono poi risalire sull’autobus successivo con il vecchio biglietto per Gerusalemme dalla Cisgiordania, o viceversa.


Un insediamento israeliano nella periferia di Gerusalemme Est.
Non di rado esplodono scontri proprio a Betlemme, lungo il muro della West Bank che sul versante orientale è colorato dalle pitture dell’attivista-writer Banksy e dai grandi murales politici.
A vedere la barriera e comprare souvenir dell’anonimo artista inglese troviamo David, un giovane californiano di mamma ebrea che ha lavorato in un vicino campo profughi. Tornerà presto perché è «innamorato della Palestina» e non è un caso raro: diversi stranieri di origini ebraiche che vogliono aiutare i palestinesi o visitare la West Bank entrano con i loro passaporti non israeliani, se non tradiscono la discendenza come nel caso di David.
FAVORIRE LA DIASPORA. Le generalità dei milioni di palestinesi della diaspora all’estero sono invece quasi sempre riconoscibili e per rientrare nei loro territori non basta presentare il passaporto con la cittadinanza straniera acquisita: le domande d’ingresso passano il vaglio dell’apparato di sicurezza israeliano.
La politica è di scoraggiare il ritorno in patria di chi se ne va all’estero. I palestinesi con un passaporto giordano hanno più facilità a spostarsi, ma devono comunque superare controlli e schedature alla frontiera.
Da questa cappa di oppressione non si esce se non si è in un qualche modo dei privilegiati.
UN LENTO RICOSCIMENTO. Qualche spiraglio si è aperto, dal seggio dell’Onu alla Palestina come Stato osservatore nel 2012 e dal successivo riconoscimento della Palestina come Stato da parte di alcuni governi e parlamenti europei.
Ma l’investitura di Ramallah a capitale è un processo lento mentre le colonie israeliane si moltiplicano.
«Essere in un luogo e sognare di stare in un altro è il prezzo da pagare per essere palestinese», scrive sui social network un’amante dell’Italia dalle campagne di Gerusalemme Est.