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Il concilio pan – ortodosso all’ombra del Vaticano

di Matteo Zola, 27 luglio 2016.



Il 19 giugno scorso, giorno di Pentecoste,
sull’isola di Creta un centinaio tra vescovi e prelati ortodossi, in
rappresentanza di una miriade di chiese autocefale, si sono radunati
nell’antico monastero di Gonia obbedendo all’ordine di Bartolomeo I,
patriarca ecumenico di Costantinopoli. Era da più di mille anni che non
accadeva un evento simile: un concilio ortodosso capace di riunire i
rappresentanti di ben 14 chiese, tutte gelose della propria autonomia. 
Forse troppo gelose, tanto che alla fine sono arrivate le defezioni,
solo quattro in tutto, ma tali da minare alle fondamenta il concilio
stesso. L’assenza più pesante è stata quella della Chiesa russa ,
preceduta da quella bulgara, georgiana e antiochea: a conti fatti, il
70% dei fedeli ortodossi non era rappresentato al concilio. Anche i
serbi sono rimasti indecisi fino all’ultimo momento, risolvendosi infine
per la partecipazione. Le ragioni che stanno dietro a queste defezioni,
come pure il concilio stesso, sono politiche più che liturgiche. Non
deve stupire, nel mondo ortodosso è in atto un doppio movimento: uno
interno – alla ricerca di unità – e uno esterno, che ha come obiettivo
la fine dello scisma con la Chiesa cattolica e la risoluzione dei
conflitti in Siria e Ucraina.

La lotta per il potere

La
ricerca di unità è un obiettivo ambizioso che passa, giocoforza,
dall’individuazione di un leader. La Chiesa ortodossa russa, guidata dal
patriarca Kirill, è la maggiore in numero di fedeli e da tempo contende
il primato a Costantinopoli, sede del patriarca ecumenico, oggi
Bartolomeo I, primus inter pares, con un ruolo preminente
rispetto all’intero mondo ortodosso. Tuttavia quello di Costantinopoli è
un patriarcato declinante: appena tremila fedeli, tenuto in vita dalle
settantadue diocesi della diaspora, in gran parte negli Stati Uniti. 
Il
difficile rapporto con il governo turco, aggravato dalla recente crisi tra Ankara e Mosca ,
ha portato al divieto di celebrare il concilio a Istanbul, com’era
invece da programma. La scelta di tenerlo a Creta è quindi un ripiego
che, di per sé, toglie lustro al patriarca di Costantinopoli e –
ironicamente – gioca a favore dell’omologo russo, da sempre impegnato
nella conquista della leadership.
La lotta per
il potere nel mondo ortodosso è infatti più importante di quanto sembri:
Vladimir Putin, attento a ricostruire nel paese un’identità legata alla
religione e alla conservazione dei valori tradizionali, ha fatto del
patriarcato il braccio spirituale del Cremlino, come già in passato
fecero gli zar. L’alleanza tra trono e altare si è rafforzata notevolmente  negli
ultimi anni proprio grazie all’operato di Kirill, a capo della Chiesa
russa dal 2009. La tutela di Putin su Kirill è stata sancita da un atto
simbolico nel 2011, quando la residenza del patriarca venne spostata
proprio al Cremlino. Fare di Kirill il capo de facto della Chiesa ortodossa è un obiettivo politico di primaria importanza per Mosca.

Tra Mosca e il Vaticano

Attraverso
il patriarcato, Mosca tesse relazioni diplomatiche che guardano al
Medio Oriente, all’Europa orientale, all’Unione Europea. In un periodo
di grave isolamento politico e di sanzioni economiche, la religione
diventa per il Cremlino occasione per portare avanti strategie di
politica estera. Il Vaticano è stato, negli ultimi anni, un
interlocutore importante specialmente dopo l’elezione al soglio
pontificio di Bergoglio.
L’incontro tra Kirill e Bergoglio, avvenuto a Cuba
il 12 febbraio scorso, è infatti solo l’ultimo atto di un lungo
corteggiamento tra Mosca e il Vaticano. In quell’occasione si è parlato
della fine dello scisma tra le chiese cattolica e ortodossa, e del
destino dei cristiani in Medio Oriente, perseguitati dal fondamentalismo
islamico. 
L’evento – storico – è stato preceduto da alcuni passaggi
fondamentali: anzitutto la lettera,
inviata a Vladimir Putin nel 2013, in occasione del vertice dei G-20 di
San Pietroburgo, in cui la Santa Sede rivolgeva alla Russia un appello
perché si facesse garante della pace in Siria. Putin incontrò
allora Bergoglio portando in dono l’icona della Madonna di Vladimir,
dal potente significato simbolico, poiché fu quella che Stalin fece
volare su Mosca durante l’avanzata nazista: un altro ‘nazismo’ unisce
oggi nella lotta Cremlino e Vaticano: quello del fondamentalismo
islamico. 
Una minaccia che allarma la Chiesa cattolica, la quale ha criticato Washington
per la sua intenzione di abbattere Assad attraverso l’utilizzo di
milizie fondamentaliste. Da qui nasce l’avvicinamento a Mosca e per
questo, nel giugno 2015, malgrado l’isolamento internazionale seguito
all’aggressione della Crimea, Bergoglio e Putin si sono nuovamente
incontrati, discutendo su come raggiungere la pace in Siria. Pochi mesi
dopo Mosca interveniva nel conflitto siriano, a fianco di Assad. In
quell’occasione Kirill definì Putin “l’ultimo difensore dell’occidente”.

Kiev, Atene e Skopje: una geopolitica confessionale

L’intesa
tra Vaticano e Mosca passa anche da Kiev, ed è testimoniata dalla
questione della Chiesa uniate di Ucraina, una “ferita che sanguina” nelle parole
di Kirill, il quale male sopporta questi cattolici di rito orientale,
secolare cavallo di Troia del cattolicesimo nel mondo ortodosso.
Tuttavia, di ritorno da un viaggio pastorale, Bergoglio dichiarò:
“Le Chiese cattoliche orientali hanno diritto di esistere, è vero. Ma
l’uniatismo è una parola di un’altra epoca”. Che il Vaticano abbia
deciso di sacrificare gli uniati sull’altare dell’alleanza, politica e
confessionale, con Mosca?
Altro tassello di
questa geopolitica ‘confessionale’ è la Grecia. In occasione dei mille
anni di presenza monastica russa al Monte Athos, il 27 maggio scorso
Kirill e Putin hanno incontrato rappresentanti del governo, firmando
accordi energetici per 2,7 miliardi di euro. In occasione della visita,
il primo ministro Tsipras ha dichiarato “improduttive” le sanzioni alla
Russia. Premessa a questo incontro furono le relazioni che, nel 2012,
videro Kirill fare da ambasciatore per un prestito da parte del
Cremlino, tale da portare Atene in orbita russa. L’offerta arrivò al
governo tramite sua Beatitudine Hyeronimus, primate della Chiesa greca.
Un incontro che spinse il patriarcato di Atene verso Mosca, malgrado la
storica vicinanza con Costantinopoli che – formalmente – ha
giurisdizione su Creta, Dodecanneso e Monte Athos.
La
Grecia – come già la Bulgaria – rappresenta per Mosca la chiave di
accesso all’UE, e dove non può la politica, si tenta con la religione.
L’influenza del Cremlino vorrebbe estendersi anche ai Balcani, ma la
storica alleanza con Belgrado segna il passo. Ecco allora che Kirill –
nel suo discorso al Monte Athos – indirizza al governo greco l’urgenza
di risolvere la questione del nome con Skopje. Il suo messaggio di
“unità tra confratelli” arriva nel pieno della crisi politica macedone, e
segue di un anno la visita pastorale nella quale Kirill affrontò anche
il problema dello status della Chiesa macedone, staccatasi da quella
serba e non riconosciuta dalla comunità ortodossa. Ancora una volta il
dinamismo del patriarca russo emargina Costantinopoli e muove sul doppio
binario politico e confessionale.

Il papa e l’imperatore

Tramite
l’alleanza con Mosca, la Santa Sede spera di ricucire lo strappo con le
Chiese ortodosse e orientali, allo scopo di ottenere sul lungo periodo
la ricomposizione dello scisma tra cattolici e ortodossi. Ma il
pulviscolare mondo delle Chiese ortodosse rende ardua l’impresa, e
l’individuazione di una guida che le rappresenti è, per la monarchia
pontificia, un pre-requisito essenziale. Alle spalle del patriarcato
moscovita c’è il Cremlino, ma questo – più che un problema – sembra
essere una risorsa: il mondo ortodosso nasce sotto l’egida
dell’imperatore, con quel concilio niceno (325 d.C.) che sancisce il
cesaropapismo. Se oggi un nuovo cesare dovesse mettersi alla guida del
mondo ortodosso, per il Vaticano potrebbe non essere affatto un
problema.