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Perché Gibilterra vuole restare in Europa?

28 giugno 2016.

La
cittadina britannica nel sud della Spagna è uno dei posti dove il
“Remain” ha vinto con il margine più ampio: perché l’uscita dalla UE
causerebbe parecchi guai.

A Gibilterra, una piccola città nel sud della Spagna che fa però parte del Regno Unito, al referendum su “Brexit” con
cui i cittadini britannici hanno scelto di lasciare l’Unione Europea,
hanno vinto quelli a favore della permanenza nell’Unione. 

Su 33 mila
abitanti 19.322 hanno votato “Remain” e soltanto 823 “Leave”. Anche in
Irlanda del Nord e in Scozia,
hanno vinto i “Remain”, ma in quasi nessun distretto del Regno Unito
c’è stato un risultato così netto come a Gibilterra. 

La ragione è che in
caso di “Brexit”, nessuno rischia di rimetterci tanto quanto i suoi
abitanti.



Gibilterra è una piccola penisola con una superficie di appena 6,8
chilometri quadrati, gran parte occupati da un montagna piena di tunnel e
cunicoli che un tempo costituivano la principale difesa della città. Si
trova nella punta meridionale della Spagna, a poche miglia nautiche del
Marocco, all’estremità dello stretto che porta il suo nome. Fu occupata
dal Regno Unito all’inizio del Settecento e venne rapidamente
trasformata in una fortezza e in unq base navale con cui per secoli i
britannici hanno controllato l’accesso all’intero Mar Mediterraneo.


Oggi
è una piccola cittadina di circa 33 mila abitanti, quasi tutti di
lingua inglese e orgogliosamente britannici: nel 2002 a un referendum
sulla possibilità di unirsi alla Spagna il 98 per cento degli abitanti
votò per rimanere nel Regno Unito. Una delle principali industrie della
città è quella del gioco d’azzardo, che, soprattutto negli ultimi anni,
ha sfruttato le permissive leggi locali per stabilire in città le sedi
di numerosi casinò online e siti di scommesse. Gibilterra gode anche di
un regime doganale speciale, che ha trasformato il suo piccolo porto in
un’importante stazione di interscambio, dove le navi dirette nel
Mediterraneo possono fermarsi e cambiare gli equipaggi senza dover
sottostare ai costosi regimi doganali dell’Unione Europea.




Sono attività che in buona parte funzionano proprio perché Gibilterra
gode di un regime speciale all’interno dell’Unione Europea e che quindi
potrebbero proseguire anche in caso di Brexit. Ma uscire dall’Unione
presenterebbe a Gibilterra altri problemi, uno in particolare.
Gibilterra ha solo un confine terrestre, con la Spagna, largo poche
centinaia di metri e attraversato ogni giorno da circa diecimila
cittadini spagnoli che arrivano dalla vicina città di La Linea per
lavorare, spesso come domestici o camerieri – il “Campo de Gibraltar”,
come gli spagnoli chiamano l’entroterra della penisola, è una delle
regioni più povere della Spagna. Ma dal confine non passano solo
migliaia di lavoratori, fondamentali per l’economia della città. Passano
anche beni e merci, e cittadini inglesi, che hanno proprietà nel sud
della Spagna. 

Se in seguito a un’uscita del Regno Unito dall’Unione
Europea questo confine, oggi aperto e facile da attraversare, dovesse
diventare un “hard border”, un vero confine con controlli, lunghe code e
difficoltà di accesso, l’intera economia ne risentirebbe. Uno degli
slogan nella campagna che tutti i leader politici della città hanno condotto, era semplicemente: «Non abbiamo nessuna ragione per uscire dall’Unione».



A questo bisogna aggiungere che l’uscita dall’Unione Europea
riaccenderebbe una questione che non è mai stata completamente
dimenticata: il ritorno della penisola sotto la sovranità spagnola. Il
giorno dopo il referendum, il ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel
Garcia-Margallo ha detto che “Brexit” renderà molto più probabile una
soluzione di sovranità condivisa tra Spagna e Regno Unito. Significa, ha
detto il ministro, che la bandiera spagnola dovrà tornare a sventolare
sulla Rocca e che, dopo un percorso più o meno lungo, la penisola sarà
riannessa alla Spagna. Il governo inglese ha immediatamente detto che
questa ipotesi non è contemplabile, ma gli abitanti della città sono
comunque preoccupati perché sanno quanto la loro città dipende dalla
benevolenza degli spagnoli.



Nel 1969, il dittatore Francisco Franco decise di chiudere
completamente il confine di La Linea e, per più di un decennio, l’unico
modo per arrivare a Gibilterra era via nave o aereo. La città venne
sostenuta con l’invio di cibo e altri beni di prima necessità dal Regno
Unito. «Non fu molto diverso dal ponte aereo di Berlino», ha raccontato al New York Times il chief minister Fabian Picardo, la più importante carica politica di Gibilterra.



La grande ripresa economica dell’isola arrivò soltanto dopo la fine
del blocco, quando la Spagna entrò nell’Unione Europea. Il timore degli
abitanti è che con il Regno Unito fuori dall’Europa, qualcosa di simile
potrebbe avvenire di nuovo. Non è un’eventualità così remota:
nell’estate del 2013, per via di una serie di questioni sui diritti di
pesca, gli spagnoli ripristinarono i controlli al posto di confine di La Linea.
In poco tempo si formarono code lunghissime e per giorni entrare o
lasciare Gibilterra richiese fino a sei ore di attesa sotto il sole. Il
timore degli abitanti è che se qualcosa del genere dovesse accadere di
nuovo, sarà difficile mostrare la resistenza e lo stoicismo degli anni
di Franco. Per molti, a quel punto, la cosa più semplice potrebbe essere
rassegnarsi ed accettare le richieste degli spagnoli.



FONTE: Il post