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Missione Guatemala, tra massacri e povertà

di Manuela Petrini, Interris, 05 Maggio, 2016.

Kamikaze, attentati, cristiani
che vengono uccisi in nome di Allah
,
chiese distrutte, croci divelte. 

Quando si parla di persecuzioni e
ingiustizie pensiamo subito al Medio Oriente e al Nord Africa. Tra il
nostro Paese e quell’inferno c’è solo una striscia di mare,
quindi avvertiamo il pericolo come vicino. Ma tragedie simili si
verificano anche lontano dai nostri occhi, dall’altra parte
dell’oceano. 

E’ il caso del Guatemala dove molte persone soffrono
e muoiono per il prevalere di meri interessi economici.



Multinazionali straniere
depredano i terreni e scavano miniere a cielo aperto

che diffondono pericolose esalazioni di cianuro. Se a questo si
aggiungono la corruzione dilagante e il massacro – anche in anni
recenti – delle popolazioni indigene messo in atto dalle varie
dittature militari, si ha un quadro ben chiaro del dramma vissuto in
una nazione in cui le ricchezze sono concentrate nella mani di poche
persone. Uno
schiaffo
alla povertà.



Andare in Guatemala
significa mettersi in contatto con la povertà estrema”

racconta a Interris don Marco Strona, giovane presbitero della
Diocesi di Fabriano Matelica (Ancona), che proprio nel Paese
sudamericano ha mosso i primi passi verso il sacerdozio.


Non ho deciso io di
diventare sacerdote, ho risposto a una chiamata”
,
spiega con un sorriso. La vocazione è arrivata quando era
giovanissimo, a soli 18 anni.

Un percorso impegnativo da affrontare a
quell’età, per cui ha deciso di rivolgersi ad un sacerdote della
sua città, che lo ha guidato e accompagnato per tutto il cammino. 

Poi la decisione di fare un’esperienza diversa.


La sua diocesi è infatti
gemellata con quella di Huehuetenango
,
in Guatemala, dove da oltre 40 anni i sacerdoti fabrianesi si recano
per prestare servizio e aiutare i preti locali. 

Il suo primo viaggio
in Sudamerica è durato un mese, durante il quale tutti i ragazzi del
suo gruppo la mattina si alzavano di buon ora e aiutavano la comunità
locale nel lavoro dei campi. Il resto della giornata erano seguiti
dai sacerdoti italiani, loro accompagnatori.



Il problema più grande lì
sono le ingiustizie

spiega don Marco – stando con loro capisci perché stanno male”.
Bambini troppo poveri per andare a scuola, famiglie che lavorano
incessantemente nelle piantagioni, ma che poi vedono il frutto del
loro sudore essere sottratto dalle grandi multinazionali. A questo si
è aggiunta, negli ultimi tre anni, la crisi economica dovuta alla
carenza di prodotti agricoli.



Spesso le persone non trovano
aiuto nelle autorità
, ma
nei religiosi che sono presenti nel Paese. La Chiesa in generale è
ben vista, ma la figura del sacerdote è considerata scomoda. Se da
un lato è visto come ministro di un culto, dall’altro è colui che
aiuta a risolvere i conflitti, un personaggio considerato “scomodo”,
soprattutto dal governo, in quanto fa sì che il popolo sia compatto.



Negli anni, i viaggi in
Guatemala si sono ripetuti
,
fino quando è tornato nel Paese come sacerdote, è infatti stato
ordinato a settembre 2015. 

“La vita parrocchiale è stata una vera
e propria sfida, ero io il diverso, il più alto, quello che parlava
una lingua diversa” ma, ha spiegato è sempre stato accolto a
braccia aperte.



Ora don Marco è parroco in un
piccolo paesino sulle colline dell’entroterra marchigiano
,
ma la sua valigia è sempre pronta. 

Nel suo cuore, spiega,
l’esperienza in Guatemala non si è ancora conclusa. 

L’obiettivo
è proseguire il gemellaggio che la sua diocesi ha iniziato molti
anni prima, ma anche quello di permettere ad altri giovani di poter
vivere la sua stessa esperienza. 

Per non lasciare soli i fratelli
guatemaltechi.