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Almeno 30mila italiani sono sieropositivi, ma non lo sanno

28 Gennaio 2017

120mila connazionali convivono con l’Hiv. Ogni anno si registrano 4mila diagnosi di infezione. Ma la metà dei contagiati lo scopre troppo tardi. Se ne parla poco, eppure la malattia non è stata sconfitta. E tra i ragazzi c’è molta ignoranza. La prima causa sono i rapporti eterosessuali non protetti


Oltre novantamila italiani convivono con l’Hiv. Eppure nel nostro Paese ci sono almeno altri 30mila connazionali che hanno contratto l’infezione, ma non ne sono consapevoli. Il dato allarmante arriva da alcune mozioni depositate in Parlamento nelle scorse settimane. I numeri raccontano il dramma di una malattia di cui si discute sempre meno. E che invece, in assenza di informazione e consapevolezza, continua ad essere largamente presente. Ormai si parla poco di Aids. Eppure negli ultimi 35 anni, dall’inizio dell’epidemia, in tutto il mondo ci sono stati 70 milioni di contagi, e l’infezione ha causato la morte di 35 milioni di persone.

Ogni anno in Italia vengono registrate circa 4mila nuove diagnosi di infezione da Hiv. Nel 2017 sono attese circa 3.800 nuove diagnosi: 6,1 casi ogni 100mila residenti. «Oltre la metà – si legge in un documento presentato al Senato dalla dem Donata Lenzi – è diagnosticata quando l’infezione è già in uno stadio avanzato». Ecco uno dei problemi principali. Due giorni fa il senatore di Forza Italia Andrea Mandelli ha depositato a Palazzo Madama una mozione sottoscritta da oltre 60 parlamentari di tutti gli schieramenti. Nel testo si sottolinea il livello di conoscenza “drammaticamente basso”, soprattutto da parte dei più giovani, in merito ai rischi di contagio. Troppo spesso manca la consapevolezza dei comportamenti da tenere per evitare l’infezione. E così, negli ultimi anni, «è aumentata la proporzione delle persone che arrivano allo stadio di Aids conclamato ignorando la propria sieropositività». È un problema drammatico, perché in questo modo le probabilità di risposta positiva alle cure diminuiscono sensibilmente. Oggi in Italia oltre la metà delle nuove diagnosi avviene molto tempo dopo l’infezione. Troppo tardi. «Quando essa – scrive la senatrice Alessandra Bencini – ha creato danni importanti al sistema immunitario, tali da consentire la comparsa di infezione e tumori talvolta letali».