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Il legame tra dollaro e petrolio su cui si regge la supremazia Usa

20 Marzo 2017

L’oro nero alla base della supremazia finanziaria degli Stati Uniti

Il 1971 è stato un anno cruciale per gli Stati Uniti. In quell’anno il presidente Richard Nixon e il suo fido Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger non solo incrinarono il sodalizio sino-sovietico aprendo le porte a Pechino, ma ripudiarono definitivamente il Dollar Exchange Standard e sostituirono l’oro con il petrolio come nuova base d’ancoraggio per il nuovo sistema monetario internazionale. Il 15 agosto del 1971, il presidente proclamò infatti, nel corso di una diretta televisiva divenuta celebre, il lancio del New Economic Policy (Nep), un nuovo piano di riforme economiche che prevedeva l’adozione di un pacchetto di stimoli atti a favorire la crescita e gli investimenti produttivi, il congelamento per i tre mesi successivi dei prezzi e dei salari in tutto il Paese, l’imposizione di un dazio doganale supplementare (pari al 10%) sulle importazioni e, soprattutto, la fine della convertibilità del dollaro in oro (per i non residenti) e del sistema dei cambi fissi tra valute.

Questa colpo di spugna che inaugurò un nuovo modello monetario fondato sulla fluttuazione dei tassi di cambio fu motivato dalla necessità statunitense di mitigare gli effetti della guerra del Vietnam – con la crescita parallela del debito pubblico e del deficit della bilancia dei pagamenti – e di limitare i rischi derivanti dall’affermazione europea in campo economico. Nel nuovo sistema venutosi a creare, il valore della valuta Usa, sostenuta dalla potenza poltico-economico-militare statunitense, sarebbe stato determinato dal meccanismo classico di domanda e offerta, cosa che rese il dollaro una moneta fiduciaria e consolidò il potere finanziario di Washington a scapito degli alleati. «Il dollaro è [diventato]al tempo stesso la nostra moneta e il vostro problema», commentò con inaudita arroganza l’allora segretario al Tesoro John Connally.