L’ascesa del neonazismo in Russia
25 Ottobre 2017
Quindicimila aggressioni negli ultimi dieci anni, una media di dieci omicidi a sfondo razziale ogni anno. I numeri fanno paura

Che buona parte dei vari nazionalismi europei guardino con ammirazione alla Russia di Vladimir Putin è un dato di cui molto è già stato scritto. Che sia per convinzione o per opportunismo, il patriottismo morale e conservatore di Putin piace, e anche tanto, alla destra e all’estrema destra.
Nulla di nuovo, nulla di strano. Anzi, il Presidente russo è il primo a cavalcare l’onda, cercando all’interno di questa rinascita nazionalista di ritagliarsi un ruolo da faro dell’opposizione anti americana e anti europeista.
Ma se da un lato il Presidente strizza l’occhio alle destre europee, dall’altro dalle parti di Mosca la situazione appare radicalmente differente. Negli ultimi dieci anni infatti, la Russia è diventata culla di una galassia di movimenti di ispirazione neonazista che Putin stenta a mantenere sotto controllo.
Notevolmente differenti tra loro per posizioni ed idee, spesso suddivisi in nuclei di piccola estensione, quello che accomuna questi gruppi è una matrice ideologica che si rifà al suprematismo ariano (dove ariano va letto come bianco e russo), ed il sistematico e brutale ricorso alla violenza e all’aggressione verso i ‘chiorni’, i diversi, spesso immigrati provenienti dal Caucaso o dall’Asia Centrale, ma anche africani, ebrei, rom e omosessuali.
Secondo il rapporto 2017 del SOVA Center, ONG che raccoglie dati sulle violazioni dei diritti umani in Russia, sarebbero più di 150 le organizzazioni, e oltre 200mila i militanti dell’estrema destra russa. Numeri che, anche se confrontati con il pullulare di movimenti nazifascisti e nazionalisti in Europa, difficilmente trovano paragoni. Tra questi spiccano per seguito e brutalità il Partito Nazional Socialista Russo, nato da una costola del disciolto e famigerato Pamjat, ed il movimento Schulz88.
Ai primi si deve la definizione ideologica del neonazismo russo. L’inutizione del PNSR fu quella di riprendere ed estendere il concetto hitleriano di purezza della razza. Molti degli aderenti al Partito erano reduci della Guerra Cecenia, complice l’immigrazione di massa post dissoluzione dell’Unione Sovietica, fu facile indicare come causa del rallentamento economico e politico russo la contaminazione con i popoli mussulmani delle ex Repubbliche Sovietiche.
Gli Schulz88 rappresentano invece la nuova faccia della destra radicale russa. Giovani, arrabbiati, estremamente organizzati e pericolosi. E’ dal loro esempio che nasce l’escalation di aggressioni ed omicidi di impronta razzista con cui la Russia sta facendo i conti da anni. Combattono, per loro stessa definizione, la ‘jihad ariana’, utilizzano tecniche di guerriglia di Al Qaeda, hanno messo a ferro e fuoco San Pietroburgo nel 2010 con un’ondata di attentati sui treni e nei locali, si sono macchiati di migliaia di aggressioni e decine di omicidi ai danni di stranieri, omosessuali e attivisti per i diritti civili negli ultimi dieci anni. Sono arrivati persino a postare su ‘Ru Tube’, lo Youtube russo, un video, creduto inizialmente un falso, in cui decapitano due migranti, ed invitano a votare la decapitazione migliore.
Il movimento Schulz88 è stato smantellato con l’arresto del suo fondatore Dmitri Bobrov e di molti dei suoi militanti a seguito degli attentati di San Pietroburgo, tuttavia la spirale di violenza nazista in Russia non ha accennato a diminuire.
Il SOVA stima quindicimila aggressioni negli ultimi dieci anni, con una media di trenta aggressioni al mese che causano quasi dieci morti all’anno. Nei primi sei mesi del 2017, sette persone hanno perso la vita in aggressioni a sfondo razziale.
Una vera e propria caccia all’uomo che non può essere esaurita come semplice estremismo o fanatismo. L’ascesa neonazista in Russia ha infatti basi ben più solide ed articolate, ma soprattutto ha terreno fertile in cui crescere, rafforzarsi e macinare consensi.
E’ notizia di pochi mesi fa la scoperta di alcuni campi di addestramento paramilitare in Russia dove neonazisti, da ogni parte d’Europa, venivano armati ed istruiti. I campi venivano condotti da mercenari filorussi, reduci della Guerra di Cecenia e militari che hanno combattuto tra le file dei separatisti russi in Ucraina. Proprio il conflitto nel Donbass è stato il serbatoio in cui testare questo nuovo modello di organizzazione militare dei movimenti nazionalisti.
E’ così che lo spettro del neonazismo è tornato a preoccupare gli osservatori europei. Ai consensi elettorali, ai seggi nei parlamenti delle democrazie europee, si somma questa radicale trasformazione militare, in cui l’azione politica passa per l’azione armata.
Queste due anime, apparentemente distanti, trovano sintesi in un terzo attore, quel Putin che secondo molti analisti, vedrebbe nei nazionalismi l’elemento di rottura della stabilità politica europea, l’ago della bilancia per spostare i rapporti di forza europei in direzione del Cremlino.
Il sostegno finanziario di Mosca a movimenti come Jobbik o al Fronte Nazionale Ungherese 1989, che in passato hanno fatto dell’azione armata un marchio di fabbrica è cosa nota, così come il coinvolgimento del governo russo dalla parte dei separatisti nel caso della crisi in Ucraina.
Anche in casa il rapporto tra il Cremlino ed i vari gruppi filo nazisti russi appare piuttosto ambiguo.
Il SOVA, ma anche Amnesty International in un rapporto del 2006, hanno più volte denunciato una certa leggerezza nell’approccio ai crimini compiuti dai neonazisti. Nei processi le aggressioni, fino a pochi anni fa, venivano indicate come semplici atti di teppismo e giudicate di conseguenza. La stessa pericolosità delle organizzazioni naziste è stata stigmatizzata a più riprese da esponenti del governo russo.
A questo clima va ad aggiungersi un sentimento popolare che in tutta Europa – e in Russia non è da meno – spira decisamente in direzione del nazionalismo più marcatamente razzista.
Nel 2015 il Governo della Federazione Russa ha approvato una legge contro l’odio etnico. Ci sono voluti una serie di omicidi particolarmente rumorosi per raggiungere questo traguardo.
Quello di Nikolai Girenko, professore e attivista per i diritti civili, primo fra tutti a battersi affinche agli omicidi compiuti dai neonazisti venisse riconosciuto il movente di odio razziale.
Quello del giudice Chuvashov, colpevole di aver condannato nove esponenti del gruppo neo nazista Lupi Bianchi a ventitre anni di reclusione per una serie di omicidi a sfondo razziale.
Quello di uno studente universitario, accoltellato il 20 aprile del 2010, da una banda di neonazisti poco più che adolescenti che volevano, a loro modo, festeggiare il compleanno di Adolf Hitler.
Quello di Marja, la bambina tagika di nove anni. Rapita e uccisa con venti coltellate. Sul suo corpo le hanno trovato scritto col sangue ‘Topo di fogna’.
Nonostante questo, come evidenzia il SOVA nei suoi rapporti mensili, la violenza ed il potere delle bande neonaziste non accenna a diminuire. Ogni mese infatti, il Centro di analisi SOVA stila dei rapporti in cui pubblica dati e osservazioni sulla pervasività del nazionalismo e della xenofobia in Russia. Dal 2015 in poi a questi report è stata aggiunta un’ulteriore pubblicazione che monitora l’applicazione e l’efficacia della legge contro l’odio etnico. Quest’anno il SOVA è stato inserito nella blacklist delle ONG straniere redatta dal governo russo. Questo significa che può essere soggetta a periodiche ispezioni e controlli a sorpresa e comporta una riduzione della propria autonomia ed indipendenza. Una misura simile non è mai stata presa per organizzazioni vicine ai neonazisti.
La palla resta in mano al Governo russo, unico attore in grado di poter mettere un freno alle violenze razziste che scuotono da anni il Paese. In una recente intervista il Presidente Putin ha sottolineato la distanza e la differenza tra patriottismo e nazionalismo citando lo studioso russo Dmitrij Lichacev: «Il nazionalismo è odio per gli altri popoli, mentre il patriottismo è amore per la propria patria». E se è vero che il razzismo si sconfigge con la cultura, allora sarebbe il caso di ricordare ai cittadini russi questa differenza un po’ più spesso.
