Rohingya, MSF: “Dopo 6 mesi la fuga continua”
Wereporter,
24 febbraio 2018
In sei
mesi, dal 25 agosto 2017 ad oggi, sono circa 700.000 i rifugiati Rohingya fuggiti
dal Myammar per trovare rifugio nel distretto meridionale di Cox’s Bazar, in
Bangladesh, dove vivono in campi sovraffollati e precarie condizioni
igienico-sanitarie. Una fuga che continua ancora oggi, sebbene sensibilmente
ridotta rispetto all’apice della crisi: ogni settimana ancora centinaia di
rifugiati raggiungono il Bangladesh attraversando il fiume Naf.
Questa
emergenza umanitaria ha portato Medici Senza Frontiere (MSF) ad
incrementare in modo significativo le proprie operazioni in Bangladesh.
Attualmente MSF impiega oltre 2.000 operatori umanitari, tra medici,
infermieri, logisti, sia nazionali che internazionali, e da agosto a dicembre
sono state effettuate oltre 200.000 consultazioni mediche (in media più di
1.600 al giorno). Le
condizioni di vita nello stato di Rakhine in Myanmar restano ancora oggi
insostenibili, da quanto raccontano i Rohingya ai nostri operatori sul campo.
“Una
famiglia arrivata pochi giorni fa mi ha detto di essersi decisa a scappare dopo
aver visto i due figli maschi uccisi violentemente da uomini vestiti come
militari. Per mettersi in salvo, i genitori dei due giovani e la figlia di
quattro anni hanno camminato cinque giorni nella foresta, nascondendosi per
lunghi tratti fra i cespugli, prima di arrivare al confine e alla salvezza”, dichiara Francesco
Segoni, capo progetto MSF in Bangladesh.
Non
appena arrivano nei campi, i rifugiati Rohingya raccontano di sentirsi
insicuri, di aver vissuto minacce e violenze nei loro villaggi, di aver venduto
i loro beni per avere i soldi necessari per salire su una barca e fuggire. Per
loro, rimanere nel proprio villaggio non rappresenta più un’opzione.
Oggi a
preoccupare è anche l’arrivo della stagione delle piogge, che potrebbe
scatenare un’emergenza nell’emergenza. “Monsoni e tempeste tropicali
possono causare inondazioni, ma anche portare ad un aumento di malattie
veicolate dall’acqua, come la diarrea acuta” dichiara Kate Nolan,
coordinatrice per l’emergenza in Bangladesh per MSF. “Stiamo considerando
tutte le possibili ripercussioni, dal rischio di incorrere in lesioni e
fratture a causa del terreno fangoso, alla tenuta dei rifugi, per lo più fatti
di plastica e bambù”.
L’elevata
densità nei campi e il loro accesso limitato, il fatto di non essere stati
regolarmente vaccinati contro le malattie trasmissibili, sono tutte condizioni
che mettono i Rohingya a rischio di un’emergenza sanitaria. Le equipe mediche
di MSF stanno curando persone con morbillo, infezioni del tratto respiratorio e
diarrea, malattie legate alle durissime condizioni di vita nei campi. Sono
stati 4.280 i casi di difterite, in maggior parte su ragazzi tra i 5 e i 14
anni. “Vediamo anche ferite che si sono trasformate in gravi infezioni
perché trattate in modo inadeguato o malattie croniche che non sono mai state
curate correttamente”, aggiunge Nolan di MSF.
Dalle
consultazioni mediche di MSF emerge che i Rohingya vivevano in condizioni di
emarginazione già in Myanmar, dove avevano un limitato accesso all’assistenza
sanitaria.
Uno
studio retrospettivo sulla mortalità condotto da MSF a dicembre ha inoltre
rivelato che almeno 6.700 Rohingya sono stati uccisi in Myanmar nel primo mese
dopo lo scoppio delle violenze, tra loro 730 bambini al di sotto dei 5 anni.
